Cultura

Amuri, Gelusia, Spartenza e Sdegnu: viaggio dentro il dolore e la bellezza del Mediterraneo

Certe musiche ti attraversano come un vento antico, entrano dalla pelle, si siedono accanto alle memorie che non sapevi più di avere e trasformano il teatro in qualcosa di più simile a una casa perduta, a una piazza del Sud, a un porto dove qualcuno parte mentre qualcun altro resta.


“Amuri, Gelusia, Spartenza e Sdegnu”, andato in scena il 27 maggio in anteprima al Teatro Parioli di Roma non è stato semplicemente uno spettacolo musicale, è stato un attraversamento. Una ferita mediterranea trasformata in canto, un’opera capace di tenere insieme il dolore e la bellezza, la terra e l’assenza, la rabbia e la nostalgia, dentro una lingua sonora che non ha bisogno di spiegarsi perché arriva direttamente al corpo.

Nato dall’incontro fra il Dipartimento di Musiche Tradizionali del Conservatorio “Saverio Arlia” di Nocera Torinese-Catanzaro e l’orchestra diretta dal Maestro Filippo Arlia, questo progetto costruisce un ponte raro fra la musica colta e le radici popolari calabresi, senza mai tradire né l’una né l’altra, formando un connubio dove non esiste il folklore da cartolina, non c’è estetica compiaciuta della tradizione ma dove risplende invece una ricerca viva, pulsante, che prende le radici e le porta dentro il presente, facendole dialogare con il linguaggio orchestrale, con la scena, con il nostro tempo inquieto.

A guidarci in questo viaggio ci ha pensato la voce di Peppe Servillo, magnetica e teatrale, capace di muoversi fra parola e silenzio con quella densità che appartiene ai narratori veri. La sua presenza non ha accompagnato semplicemente la musica: sembrava evocarla, chiamarla fuori da una memoria collettiva fatta di partenze, amori disperati, madri che aspettano, uomini che emigrano, rabbie antiche e dignità ostinate.


Sul palco, accanto all’Orchestra Filarmonica della Calabria, gli strumenti della tradizione diventavano creature vive: la chitarra battente, i tamburi a cornice, la lira calabrese, l’organetto, la zampogna. Non oggetti del passato ma voci ancora capaci di raccontare il presente. È stata proprio questa la forza più potente dello spettacolo: aver restituito alla cultura popolare la sua natura più autentica, quella di linguaggio umano universale.

I quattro tempi dell’opera — amuri, gelusia, spartenza e sdegnu — non erano soltanto temi narrativi, ma stati dell’anima. L’amore come febbre e mancanza, la gelosia come tormento dell’incompletezza, la partenza come ferita collettiva che attraversa ancora oggi intere generazioni del Sud e infine lo sdegno, necessario e politico, lo sguardo lucido sulle ingiustizie contemporanee.

Dentro questo intreccio di suoni ancestrali e architetture orchestrali si è respirato qualcosa di raro: la sensazione che la memoria non sia un luogo immobile ma un organismo vivo che continua a trasformarsi.
“Amuri, Gelusia, Spartenza e Sdegnu” riesce infatti in un’impresa difficile: custodire le radici senza imprigionarle nella nostalgia. Mentre tutto il teatro ascoltava queste musiche in silenzio, sembrava quasi di sentire il Mediterraneo passare tra le poltrone, con il suo sale, le sue migrazioni, le sue preghiere, le sue ferite mai davvero rimarginate.



Foto di Alessia Figliolia