di Michele Petrocelli
Condannare la violenza è doveroso, ma fermarsi alla condanna significa ignorare le domande più scomode. Dietro i gesti di alcuni giovanissimi si nasconde una realtà complessa, che chiama in causa la politica, la famiglia, la scuola e il mondo dei social media.
È fin troppo facile e scontato attribuire a un gruppo di ragazzini tutte le responsabilità per le vetrine infrante nel centro di Milano e per il furto di abiti e scarpe di lusso. Si tratta di comportamenti inaccettabili, che vanno condannati senza esitazioni. La violenza, il vandalismo e il furto non possono essere giustificati né minimizzati, indipendentemente dall’età di chi li commette.
Ma condannare un gesto non significa necessariamente comprenderne le ragioni. E, soprattutto, non dovrebbe impedirci di porci una domanda fondamentale: che cosa ci raccontano questi episodi della società in cui viviamo?
Pensare che tutto si esaurisca nella responsabilità individuale di chi spacca una vetrina e si impossessa di un paio di scarpe griffate rischia di essere una risposta tanto immediata quanto insufficiente. Dietro determinati comportamenti possono nascondersi fragilità, disuguaglianze, mancanza di prospettive, bisogno di riconoscimento e un rapporto distorto con il valore degli oggetti e con il concetto stesso di successo.
Naturalmente, non è possibile ricondurre ogni episodio di violenza giovanile a un’unica causa, né presumere che chi compie questi atti sia necessariamente vittima di un disagio sociale. Le responsabilità individuali restano. Tuttavia, ignorare il contesto nel quale maturano certi comportamenti significherebbe rinunciare a comprendere una parte del problema.
Se vogliamo davvero interrogarci sulle cause di questi fenomeni, dobbiamo allargare lo sguardo. Non per assolvere chi delinque, ma per capire quali siano le condizioni che possono favorire la diffusione di simili comportamenti.
La politica, innanzitutto, ha una responsabilità importante. Le istituzioni non sono chiamate soltanto a garantire sicurezza e legalità, ma anche a costruire opportunità, ridurre le disuguaglianze e offrire ai giovani spazi nei quali sentirsi parte di una comunità. Quando il dibattito pubblico si limita a invocare punizioni sempre più severe, senza affrontare le cause profonde del disagio, il rischio è quello di intervenire sugli effetti lasciando irrisolti i problemi che li alimentano.
Anche la famiglia svolge un ruolo fondamentale. Educare significa trasmettere regole, rispetto e senso di responsabilità, ma anche ascoltare, comprendere e accompagnare i ragazzi nella costruzione della propria identità. Non esistono famiglie perfette e sarebbe ingiusto attribuire automaticamente ai genitori le colpe delle azioni dei figli. Resta però essenziale interrogarsi sulla qualità delle relazioni, sulla presenza degli adulti e sulla capacità di offrire punti di riferimento credibili.
Poi c’è la scuola, che non può essere considerata soltanto un luogo di istruzione. È anche uno spazio di crescita, confronto e inclusione, nel quale si impara a convivere con gli altri, a riconoscere i propri limiti e a rispettare quelli altrui. Per svolgere pienamente questa funzione, tuttavia, ha bisogno di risorse, strumenti e collaborazioni con le famiglie e con i servizi educativi e sociali del territorio. C’è infine una dimensione che non possiamo più permetterci di sottovalutare: quella dei social media.
In un ambiente digitale nel quale l’immagine personale viene continuamente esposta, confrontata e giudicata, il possesso di determinati oggetti può trasformarsi in un simbolo di appartenenza, prestigio e riconoscimento. Marchi, abiti e accessori non rappresentano più soltanto beni materiali, ma possono diventare strumenti attraverso i quali costruire e mostrare la propria identità.
A questo si aggiunge la possibilità che gesti trasgressivi vengano filmati, condivisi e trasformati in contenuti capaci di attirare attenzione e approvazione. In alcuni contesti, la ricerca di visibilità può contribuire a rendere la provocazione una forma di affermazione personale.
Non significa che i social siano la causa diretta di questi episodi, né che i giovani siano semplicemente vittime degli algoritmi. Significa, piuttosto, che il mondo digitale è ormai parte integrante dei processi educativi e relazionali e che, come tale, merita un’attenzione concreta da parte delle famiglie, della scuola, delle piattaforme e delle istituzioni.
Il problema, dunque, non è scegliere tra la condanna dei comportamenti illegali e la comprensione delle dinamiche sociali. Le due cose possono e devono convivere.
La legalità è un presupposto irrinunciabile, ma una società che si limita a punire senza interrogarsi sulle proprie contraddizioni rischia di affrontare soltanto la superficie dei problemi. Allo stesso modo, parlare di disagio sociale non può diventare un alibi per cancellare le responsabilità personali.
È necessario, invece, tenere insieme entrambe le dimensioni: quella individuale, che riguarda le scelte e le conseguenze delle proprie azioni, e quella collettiva, che chiama in causa il contesto nel quale quelle scelte prendono forma.
Ed è proprio qui che si inserisce una riflessione più ampia sul cosiddetto mondo al contrario. Non è sufficiente evocare questa espressione per descrivere una società nella quale tutto sembra andare nella direzione sbagliata. Occorre domandarsi quali siano le contraddizioni che stiamo alimentando, quali modelli proponiamo ai più giovani e quale idea di convivenza stiamo costruendo.
Il vero paradosso è pretendere rispetto senza praticarlo, invocare responsabilità senza assumersele e denunciare il disordine senza interrogarsi sulle condizioni che contribuiscono a generarlo.
Una società che divide, esclude e alimenta contrapposizioni rischia di indebolire proprio quei legami che potrebbero prevenire il disagio e favorire l’inclusione. E quando il dibattito pubblico si concentra esclusivamente sulla ricerca di un colpevole, diventa più difficile individuare risposte efficaci e durature.
Per questo, di fronte alle vetrine infrante di Milano, non dobbiamo scegliere tra sicurezza e giustizia sociale, tra regole e inclusione, tra responsabilità individuali e responsabilità collettive. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare tutte queste questioni insieme.
Perché le vetrine si possono riparare e la merce rubata può essere sostituita. Molto più difficile, invece, è ricostruire la fiducia, ricucire le fratture sociali e restituire ai giovani la percezione di avere un posto riconosciuto nella comunità.
Ed è proprio da qui che dovrebbe cominciare la riflessione di tutti noi.
