di Michele Petrocelli
Quanto accaduto in Val di Susa rappresenta l’ennesimo capitolo di una mobilitazione che da oltre trent’anni si oppone alla realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. I manifestanti descrivono la giornata come una protesta contro un’opera ritenuta inutile, costosa e dannosa per il territorio, sostenendo che la loro presenza nei pressi dei cantieri sia stata anzitutto una forma di resistenza civile in difesa della valle. Secondo gli organizzatori, al corteo hanno preso parte migliaia di persone, unite dalla volontà di denunciare quello che definiscono un modello di sviluppo imposto dall’alto. Nella narrazione del movimento, la forte presenza delle forze dell’ordine e la militarizzazione dell’area avrebbero contribuito ad alimentare la tensione.
Gli attivisti parlano di un territorio trasformato in una zona di controllo permanente, dove il diritto a manifestare sarebbe progressivamente limitato. Per questo motivo, gli scontri vengono interpretati da molti partecipanti come il risultato di un conflitto che si trascina da anni e che, a loro giudizio, non trova risposte attraverso il dialogo politico. Il movimento rivendica inoltre la centralità delle questioni ambientali. Secondo i No Tav, le risorse pubbliche destinate alla Torino-Lione potrebbero essere investite nella manutenzione delle infrastrutture esistenti, nel trasporto locale e nella tutela del territorio. All’interno della manifestazione, tuttavia, si sono verificati episodi di violenza che hanno provocato il ferimento di numerosi appartenenti alle forze dell’ordine e ingenti danni ai cantieri.
Il movimento, pur rivendicando la giornata come una “grande mobilitazione”, respinge quella che considera una rappresentazione esclusivamente centrata sugli scontri, sostenendo che la maggior parte dei partecipanti abbia preso parte al corteo con l’intenzione di esprimere dissenso politico e solidarietà alla Val di Susa. In merito, ogni volta che la questione No Tav torna al centro delle cronache, una parte della destra italiana sembra imboccare una strada ormai consolidata: quella della strumentalizzazione politica.
Gli scontri, le immagini di tensione e gli episodi di violenza diventano rapidamente il pretesto per rilanciare un racconto semplificato, nel quale ogni forma di dissenso viene assimilata a un problema di ordine pubblico, lasciando in secondo piano le ragioni – condivisibili o meno – di una protesta che attraversa la Val di Susa da oltre trent’anni. Il dibattito pubblico finisce così per ridursi a una contrapposizione sterile tra “legalità” e “violenza”, ignorando la complessità di un movimento che ha coinvolto amministratori locali, cittadini, tecnici, associazioni ambientaliste e semplici residenti. Condannare gli atti violenti è doveroso, ma trasformare ogni manifestante in un nemico dello Stato rischia di alimentare un pensiero utile più alla propaganda che alla comprensione dei fatti.
La richiesta di pene esemplari, il richiamo alla “tolleranza zero” e l’accostamento tra i No Tav e altre forme di estremismo diventano slogan efficaci per chi, nell’attuale maggioranza di governo, della questione non ha neanche la più minima idea ma la sfrutta solo in funzione dell’esigenza di consolidare un certo tipo di consenso presso il proprio elettorato. Il tutto a scapito, ovviamente, di un confronto politico serio e costruttivo.
Ridurre la vicenda No Tav a una semplice questione di ordine pubblico significa impoverire il dibattito democratico. Una democrazia matura dovrebbe essere capace di distinguere tra chi commette reati, che devono essere perseguiti senza esitazioni, e chi esercita legittimamente il diritto di contestare un’opera pubblica. Quando questa distinzione viene sacrificata alla convenienza politica, il rischio è che la propaganda prevalga sull’analisi e che il confronto venga sostituito da slogan tanto efficaci quanto superficiali.
