di Sylvie Freddi
I missili attraversano il cielo del Medio Oriente, lo stretto di Hormuz è completamente chiuso e, qui in Italia, il prezzo del gasolio è tornato nel giro di poche ore a superare i 2 euro al litro. La guerra è lontana solo sulle cartine geografiche, in realtà arriva ogni giorno alla pompa di benzina, nelle bollette, nei prezzi dei trasporti e sugli scaffali del supermercato.
La politica aggressiva israelo-americana sta scaricando sull’economia globale un costo enorme. E il nostro governo, come altri governi europei, spalleggia questa guerra insensata rimanendo prigioniero di una visione del futuro miope. Un allineamento pericoloso che sta trascinando il paese verso un impoverimento di imprese e famiglie.
A rendere ancora più instabile il quadro contribuiscono le continue dichiarazioni di Donald Trump, fatte di minacce, annunci e repentini cambi di rotta, trasformano la politica estera in una fonte costante di volatilità finanziaria che rischia di mettere sotto pressione l’economia mondiale.
Gli attacchi contro l’Iran «continueranno finché non dirò basta», dichiara Donald Trump. «L’energia la lascerò per ultima. La prossima settimana colpiremo le centrali elettriche e i ponti».
Con una nuova serie di raid contro obiettivi militari iraniani, in coordinamento con Israele, gli Stati Uniti continuano in un’escalation che ha ormai trasformato il confronto in una campagna militare prolungata. Il Pentagono ha confermato la settima notte consecutiva di attacchi statunitensi, mentre continuano anche le operazioni israeliane e la risposta iraniana contro obiettivi regionali e il traffico marittimo nel Golfo.
Ogni nuova minaccia viene immediatamente tradotta dai mercati in un aumento del rischio. Il petrolio sale, l’oro diventa bene rifugio, gli investimenti rallentano e il conto arriva puntualmente nelle tasche dei cittadini.
Se il conflitto dovesse estendersi e lo Stretto di Hormuz rimanesse bloccato per settimane, molti analisti ritengono che il petrolio potrebbe superare i 120 dollari al barile. Sarebbe uno shock energetico con inflazione in risalita, banche centrali costrette a mantenere tassi d’interesse elevati, consumi in frenata e una frenata nella crescita economica globale.
Chi paga le conseguenze di questa guerra? Sicuramente non Trump e famiglia che hanno guadagnato comprando e vendendo azioni seguendo gli intenti delle dichiarazioni del presidente USA.
La paghiamo noi europei quando facciamo il pieno. La pagano le imprese con bollette più care. La pagano i lavoratori con salari che valgono sempre meno.
Il dato paradossale è che, prima dell’escalation militare contro l’Iran voluta da Netanyahu e seguita da Trump, lo Stretto di Hormuz era aperto, il petrolio costava meno e nessuno parlava di un nuovo shock energetico mondiale.
Una guerra non decisa da noi viene combattuta in Medio Oriente e il conto, ancora una volta, arriva nelle nostre case. Oggi il costo della guerra non si misura soltanto in termini militari o diplomatici ma si misura anche nel prezzo del carburante, dell’energia e del potere d’acquisto di milioni di famiglie.
