di Pippo Gallelli
Bakari Sako aveva trentacinque anni e stava andando a lavorare. All’alba, con uno zaino sulle spalle e una bottiglietta d’acqua, pedalava verso la stazione per raggiungere i campi dove faceva il bracciante. Non ci è mai arrivato. Nel centro di Taranto è stato inseguito, accerchiato e ucciso a coltellate da un gruppo di ragazzi che, secondo la procura, cercava qualcuno di “vulnerabile” da colpire.
La sua morte ha occupato per poche ore le cronache. Nello stesso momento, televisioni e giornali continuavano a dedicare aperture, speciali e dibattiti al caso di Garlasco: un omicidio di quasi vent’anni fa, già processato, già raccontato infinite volte, eppure ancora al centro di un flusso mediatico continuo.
Il punto non è negare l’importanza giudiziaria di Garlasco. Il problema è la sproporzione. Da una parte un delitto recente, feroce, che interroga il presente del Paese: la violenza gratuita, il razzismo sociale, l’idea che esistano vite più esposte e meno protette di altre. Dall’altra una vicenda ormai trasformata in format permanente dell’infotainment italiano, alimentata da ricostruzioni, ospiti, plastici e dibattiti senza fine.
Questa sproporzione racconta molto del nostro sistema mediatico e, più in profondità, della gerarchia emotiva che attraversa il Paese. Alcuni casi diventano ossessioni collettive perché possiedono gli ingredienti perfetti della narrazione televisiva: il mistero, la provincia borghese, i personaggi riconoscibili, il dubbio da alimentare all’infinito. Altri, pur essendo più urgenti e più rappresentativi del presente, scivolano rapidamente ai margini.
Bakari Sako non offre suspense. Non c’è un giallo da costruire né un mistero da serializzare. C’è soltanto la realtà brutale di un uomo immigrato, povero, ucciso mentre andava a lavorare. Una storia che dovrebbe produrre indignazione nazionale perché parla dell’Italia di oggi, delle sue periferie morali, della normalizzazione della violenza contro chi viene percepito come invisibile.
E invece il dibattito pubblico sembra reagire con intensità inversamente proporzionale alla gravità sociale dei fatti. Si mobilita enormemente per vicende che appartengono ormai al passato mediatico e molto meno per episodi che dovrebbero interrogarci nel presente. È qui che emerge una forma più sottile di razzismo e disuguaglianza: quella che stabilisce quali vite meritano attenzione continua e quali possono essere archiviate in fretta.
Bakari Sako era un lavoratore. Era parte di questa società. E la sua morte non dovrebbe essere una parentesi di cronaca nera, ma una domanda aperta sul Paese che siamo diventati e sulle storie che scegliamo di guardare davvero.
