C’è un momento, nella costruzione del reale, in cui le parole smettono di essere semplici strumenti e diventano architettura. È lì che si gioca tutto, non solo nei fatti ma nel modo in cui li nominiamo. Perché nominare è scegliere e scegliere è già raccontare, come ha ricordato Valentina Porretta, counselor e mediatrice familiare, in un incontro sul tema.
Siamo cresciuti dentro un linguaggio che ha semplificato il mondo per renderlo più gestibile: maschile e femminile; dentro e fuori; noi e loro. Ma la realtà, quella viva, quella che respira, non è mai stata così ordinata. Il problema non è la complessità ma è la nostra paura di sostenerla. Ridurre l’identità a un sistema binario non è solo un errore teorico è una distorsione narrativa.
L’identità sessuale è un intreccio: sesso biologico, identità di genere, espressione, ruolo sociale, orientamento. Non è una linea retta, è una costellazione. E ogni volta che la raccontiamo come se fosse una scelta tra due opzioni, stiamo cancellando tutto ciò che eccede e ciò che eccede, spesso, è ciò che esiste davvero.
Il linguaggio non si limita a descrivere il mondo: lo costruisce. Se non abbiamo parole, non abbiamo possibilità di pensiero e se non abbiamo possibilità di pensiero, non abbiamo realtà.
Dire “omosessuale” o “omoaffettivo”, per esempio, non è neutro. Nel primo caso si riduce la persona alla sfera sessuale. Nel secondo si apre lo spazio delle emozioni, delle relazioni, della complessità umana.
E poi ci sono parole che faticano ad entrare bene nell’uso comune e spesso vengono usate impropriamente e confuse nel significato. Penso a termini come “coming out” e “outing” che vengono spesso usati come sinonimi, ma non lo sono affatto.
Il primo è un atto volontario: è la scelta di dire, di dirsi, di esistere alla luce. Il secondo è una violazione: è qualcuno che parla al posto tuo, che espone la tua identità senza consenso, esponendoti anche a rischi concreti. Confondere queste due parole significa confondere libertà e violenza e anche qui, la narrazione fa la differenza.
C’è ancora un altro punto, più sottile e più pericoloso: la rappresentazione mediatica. Come viene raccontata l’identità di genere nei media? Quali parole vengono scelte, quali evitate, quali deformate?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una regressione, più che a un avanzamento. Non tanto nei diritti, che pure sono fragili, ma nel modo in cui quei diritti vengono raccontati. Teorie prive di fondamento trovano spazio perché sono narrative semplici, paure complesse vengono ridotte a slogan e le identità diventano titoli, non storie.
Un segnale simbolico, ma potente, è ciò che è accaduto nel dibattito pubblico statunitense con l’ascesa di Donald Trump: in alcuni contesti politici e mediatici si è assistito, con la sua venuta, a una progressiva rimozione della “T” dall’acronimo LGBTQ+, come se le identità trans potessero essere isolate, espulse, rese invisibili anche solo attraverso un’operazione linguistica.
Cancellare una lettera non è un dettaglio è un atto politico, perché quando togli una lettera, non stai semplificando, stai decidendo chi resta e chi scompare.
Ma c’è un’altra distorsione, più quotidiana e forse ancora più insidiosa: quella che attraversa la narrazione della violenza. Nei casi di femminicidio, i media spesso scivolano in una forma sottile di empatia selettiva, quella che in ambito anglosassone viene definita himpathy: una narrazione che, pur raccontando la violenza, finisce per spostare lo sguardo sull’uomo, sulle sue fragilità, sulle sue giustificazioni, sulle sue “ragioni”.
Era geloso. Era innamorato. Era disperato.
È la donna?
E così, lentamente, il racconto si inclina. La vittima perde centralità, il carnefice acquista profondità. Non è un errore innocente è una costruzione tossica perché ogni volta che giustifichiamo, attenuiamo e ogni volta che attenuiamo, normalizziamo. Questa dinamica si innesta in un problema ancora più radicato: il fatto che il genere femminile venga raccontato quasi sempre in relazione a quello maschile: Moglie di. Fidanzata di. Ex di.
Raramente soggetto pieno, spesso complemento.
È una grammatica invisibile, ma potentissima, una grammatica che insegna, fin da subito, che l’identità femminile è derivata, non originaria, che esiste in funzione di un altro sguardo.
Poi ci sono le zone d’ombra, quelle di cui si parla troppo poco. Viviamo in un tempo che si definisce avanzato, ma che conserva pratiche profondamente regressiste. Ancora oggi esistono famiglie che portano i propri figli e le proprie figlie a percorsi di cosiddetta “terapia riparativa”, come se l’omosessualità fosse un errore da correggere, una deviazione da raddrizzare.
Non lo è. Non lo è mai stata.
Eppure il solo fatto che queste pratiche esistano e che trovino spazio, legittimazione, silenzio racconta quanto la narrazione pubblica sia ancora distante dalla realtà delle persone.
Quando una società considera una parte di sé come qualcosa da “riparare”, non sta curando: sta negando e la negazione è una forma di violenza.
Un altro nodo ancora è la confusione sistematica tra sesso e genere. Due concetti distinti, continuamente sovrapposti nel dibattito pubblico. Il sesso riguarda caratteristiche biologiche il genere riguarda una costruzione sociale e identitaria. Nel racconto mediatico questa distinzione si perde, perché la complessità non fa audience.
Così si crea disinformazione e la disinformazione genera percezione distorta e la percezione distorta diventa, inevitabilmente, realtà sociale. È un effetto domino.
E poi c’è il silenzio, perché non sempre la distorsione avviene attraverso parole sbagliate a volte avviene attraverso parole mancanti: la non nominazione, la rimozione.
Le identità non binarie esistono, sono sempre esistite ma faticano a trovare spazio nel discorso pubblico perché non rientrano nelle categorie dominanti. E ciò che non viene raccontato, lentamente, scompare, non perché non esista ma perché non viene visto.
Bisogna accettare che il linguaggio non è un sistema chiuso, ma un organismo vivo e questo richiede responsabilità, per chi scrive, per chi racconta per chi informa. Perché ogni parola è un atto, ogni parola orienta lo sguardo di chi legge. Ogni parola costruisce un margine o lo abbatte. Ogni parola può ferire o riconoscere.
La vera urgenza è dire meglio con precisione, con consapevolezza, con rispetto della complessità. Garantire una giusta narrazione non significa edulcorare la realtà, significa restituirla nella sua interezza senza scorciatoie, senza semplificazioni violente.
Significa ricordare che dietro ogni termine c’è una persona e dietro ogni persona c’è una storia che non può essere ridotta a una definizione.
Ripartiamo da qui: non dalle parole che dividono, ma da quelle che permettono, finalmente, di vedere.
