C’è un pensatore contemporaneo che ha scelto di sottrarsi mentre tutto intorno a noi chiede di mostrarsi.
Byung-Chul Han non si espone, non rincorre il rumore ed è proprio per questo che riesce a dire qualcosa che resta.
Nato in Corea, formatosi in Germania, attraversa culture come si attraversano stanze diverse della stessa casa. Non appartiene completamente a nessuna e proprio per questo riesce a guardarle entrambe con una lucidità quasi disarmante. Nei suoi libri non c’è compiacimento teorico, non c’è l’ornamento di chi vuole dimostrare qualcosa, c’è una scrittura essenziale, precisa, come se ogni parola fosse passata attraverso un filtro severo. Ciò che racconta riguarda tutti noi.
Non viviamo più sotto un potere che ci proibisce, che ci limita, che ci impone, viviamo dentro qualcosa di più sottile: un invito continuo a fare, a migliorarci, a mostrarci, a essere all’altezza. Non c’è più qualcuno che ci costringe, siamo noi a spingerci, ed è qui che avviene il paradosso. Quella che chiamiamo libertà diventa una forma di pressione interna, costante, invisibile. Una richiesta che non ha bisogno di voce, perché parla direttamente dentro di noi; ci convinciamo di scegliere, mentre in realtà stiamo rispondendo a un imperativo che abbiamo interiorizzato: produrre, esporsi, esistere solo nella misura in cui siamo visibili.
Tutto deve essere accessibile, raccontabile, condivisibile, ogni zona opaca viene vissuta come un difetto, ogni limite come un ostacolo da superare ma è proprio in questa cancellazione del limite che qualcosa si perde. Si perde la distanza e senza distanza non esiste incontro.
Scompare l’altro, perché l’altro, quello vero, non è mai comodo, non è mai perfettamente leggibile, non coincide con noi. È ciò che interrompe il nostro flusso ci disorienta, ci obbliga a uscire da noi stessi. È l’altro che non vogliamo più sostenere, perché incontrarlo significa rallentare, esporsi, significa perdere qualcosa di sé.
In una società che ci vuole sempre pieni, sempre efficienti, sempre performanti, perdere è diventato intollerabile. Si smette quindi di tollerare l’altro e si arriva così alla sua eliminazione.
L’altro, in quanto altro, diventa un problema e ogni problema, oggi, tende a essere eliminato con una violenza senza rumore, una violenza che non lascia tracce evidenti perché coincide con il funzionamento stesso del sistema. Una violenza che lo rende irrilevante, superfluo, sostituibile.
Così le relazioni continuano a esistere, ma non accadono più davvero.
Nella società della prestazione, tutto deve funzionare, anche le relazioni devono essere fluide, rapide, senza frizioni, devono scorrere. Tutto ciò che non scorre, ciò che resiste, che complica, che mette in crisi, viene progressivamente espulso.
Han insiste su questo punto con una lucidità quasi crudele: eliminando ogni forma di resistenza, abbiamo eliminato anche la possibilità di trasformazione. Senza conflitto non c’è crescita, senza opacità non c’è profondità. Viviamo in una superficie perfettamente levigata e su quella superficie si consuma una stanchezza che non assomiglia a quella del lavoro fisico, ma a qualcosa di più sottile: una fatica esistenziale. La fatica di dover essere sempre all’altezza di se stessi, sempre attivi, sempre presenti, sempre “in forma”. Non è un caso che le malattie del nostro tempo non siano più epidemie del corpo, ma fratture interiori: esaurimento, depressione, perdita di senso.
Han osserva tutto questo senza offrire soluzioni facili. Non costruisce rifugi teorici, non promette vie di fuga. Fa qualcosa di più difficile: nomina. Nomina la stanchezza, l’illusione della libertà, nomina la scomparsa dell’altro e nel farlo produce uno scarto, perché riconoscere il meccanismo è già, in qualche modo, interromperlo.
Pausa. Non come rinuncia, ma come resistenza. Non fare, non per sottrarsi, ma per tornare a sentire. Recuperare il tempo che non serve a nulla e proprio per questo serve a tutto. Restituire valore a ciò che non produce, che non appare, che non si misura. In un mondo che accelera, fermarsi diventa un gesto radicale.
Ogni cosa deve essere mostrata, raccontata, esibita ma quando tutto è visibile, nulla è più veramente visto. La trasparenza diventa pornografia dell’esistenza. Ed è proprio lì nel punto in cui qualcosa resiste, nel punto in cui l’altro non si lascia ridurre né eliminare può ancora accadere un incontro reale, fragile, non performante, ma semplicemente umano.
La scomparsa dell’altro nella società della stanchezza secondo Byung-Chul Han
