di Pippo Gallelli
Accoltellata da un alunno tredicenne, la professoressa bergamasca ha risposto con una lettera che è già un documento civile. Non un atto di resa, né di vendetta: una bussola per un Paese disorientato.
Una professoressa accoltellata ha insegnato a tutti noi qualcosa che nessun programma ministeriale prevede. La lettera dettata da Chiara Mocchi — la professoressa di Selvino, in provincia di Bergamo, colpita al collo e al torace da un alunno di tredici anni che filmava la scena per postarla sui social — è arrivata dal letto d’ospedale con una voce ancora flebile e un corpo con ferite profonde, eppure con parole che pesano più di qualsiasi editoriale, più di qualsiasi decreto sulla sicurezza a scuola. Non è retorica dire che quella lettera è una lezione. È, letteralmente, il gesto di un’insegnante che – anche dopo essere sopravvissuta a un’emorragia devastante – non smette di educare.
La prima cosa che colpisce è la struttura emotiva del testo. Non comincia dalla ferita, non comincia dall’aggressore: comincia dalle persone che l’hanno salvata. I colleghi che sono intervenuti rischiando personalmente. Il personale dell’elisoccorso. I medici e gli infermieri. Il fratello Giampaolo che ha vegliato. I genitori degli alunni che hanno scritto. Gli sconosciuti che hanno mandato preghiere. “A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima.” In una cultura in cui il dolore viene spesso usato come arma — per alimentare indignazione, per costruire narrazioni di paura — Chiara Mocchi sceglie la gratitudine come primo gesto pubblico. Non è ingenuità: è una scelta consapevole di dove mettere il centro di gravità della propria esperienza.
“Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte.”
Il secondo elemento straordinario è verso chi la professoressa rivolge il pensiero più lungo e più tenero: i suoi studenti. “Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni.” Chiara li pensa come vittime a pieno titolo dell’accaduto — qualcuno che a quell’età ha visto la violenza vera, non quella simulata dei videogiochi o dei film, ma quella del sangue e del terrore nel corridoio di scuola, alle 7.41 di una mattina qualunque. E poi viene il passaggio più audace: “come magari quello che mi ha colpito, che forse nel profondo non saprà neanche perché.” Non è pietà paternalistica, non è assolvere l’inassolvibile. È riconoscere che un bambino di tredici anni — per quanto armato, per quanto freddo nel suo cosiddetto “manifesto” — resta un bambino: incomprensibile a sé stesso prima ancora che agli altri. È uno sguardo pedagogico, non giuridico, e forse è il solo che può aprire qualcosa dove tutto sembra chiuso.
La parte finale della lettera è quella che ha fatto il giro delle redazioni, e giustamente: “Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere.” Non è una frase di circostanza. In un momento in cui la scuola viene spesso descritta come un luogo insicuro, in cui gli insegnanti si sentono soli e abbandonati di fronte a situazioni impossibili, annunciare che si vuole tornare è un atto quasi controcorrente. È dire: questo luogo vale ancora la pena. Questi ragazzi valgono ancora la pena. C’è una parola che usa per descrivere l’insegnamento: “vocazione”. Non carriera, non professione, non mestiere. Una parola antica, carica di senso, che rimanda a un’idea di chiamata che trascende il contratto di lavoro, l’orario, il registro elettronico. È la parola giusta, e forse è anche la diagnosi implicita di ciò che manca quando le cose vanno storte: un sistema che tratta l’insegnamento come uno dei tanti impieghi pubblici finisce per depotenziare esattamente questo — la vocazione.
“Non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.”
La lettera di Chiara Mocchi non è un manifesto politico, e sarebbe sbagliato usarla come tale. Ma pone, implicitamente, alcune domande che non possiamo ignorare. Come si arriva a che un bambino di tredici anni scriva un testo con il titolo “soluzione finale” e poi lo esegua, filmandosi? Quale sistema di ascolto — scolastico, familiare, sanitario, digitale — ha fallito, e dove? Come proteggiamo gli insegnanti senza trasformare le scuole in fortezze? Come restiamo vicini ai ragazzi che fanno più fatica senza aspettare che la fragilità diventi violenza? Sono domande difficili, senza risposte semplici. Ma la professoressa Mocchi ci ha mostrato, con la sua lettera, che è possibile abitare quelle domande senza cinismo e senza resa. “Non lasciamoci vincere dal buio”, scrive. È il messaggio più elementare e più necessario — non è ingenuità, è la condizione minima per continuare a fare scuola, e forse, più in generale, per continuare a fare società.
La lettera integrale di Chiara Mocchi è stata dettata al suo legale, l’avvocato Angelo Lino Murtas, dal letto d’ospedale il 26 marzo 2026. La professoressa è uscita dalla terapia intensiva ed è in via di miglioramento.
