di Michele Petrocelli
Da Washington a Roma, il vento potrebbe essere cambiato. Dopo Trump, anche Giorgia Meloni rischia di scoprire che il consenso degli elettori non è un abbonamento a vita.
C’è un momento, nella vita di ogni leader politico, in cui la realtà bussa alla porta. E poi c’è Donald Trump, che probabilmente prova a denunciarla per violazione di domicilio.
Le elezioni di midterm americane hanno consegnato al presidente una lezione piuttosto brutale: gli Stati Uniti non sono un reality show, il voto non è un applausometro e gli elettori, ogni tanto, si stancano anche del protagonista.
Trump aveva trasformato queste elezioni in un referendum personale. Aveva chiesto agli americani di giudicare il suo operato. E gli americani lo hanno accontentato: una sonora sconfitta, con i Democratici alla conquista del Congresso.
Trump, dunque, è stato asfaltato.
Il malcontento per il costo della vita, le politiche economiche, i dazi e la gestione del potere ha presentato il conto. E nemmeno la consueta raffica di slogan è riuscita a nascondere il risultato.
Naturalmente, il presidente ha subito trovato una spiegazione: non era sulla scheda elettorale e, se ci fosse stato, avrebbe vinto. Insomma, quando si vince è merito suo; quando si perde è perché non c’era. Una teoria politica decisamente originale.
Ma attenzione: la lezione americana potrebbe avere un’eco anche dalle nostre parti.
A Palazzo Chigi c’è infatti Giorgia Meloni, che può rivendicare una certa stabilità di governo e una presenza internazionale consolidata. Ma la stabilità non significa necessariamente consenso e la durata non è una garanzia di riconferma.
Fuori dai palazzi, gli italiani fanno i conti con stipendi che non tengono il passo del costo della vita, una sanità pubblica in seria difficoltà, precarietà, salari bassi e prospettive economiche tutt’altro che entusiasmanti.
Problemi che non si risolvono con una conferenza stampa, un video sui social o l’ennesimo annuncio di un’Italia finalmente protagonista nel mondo.
Il parallelo con Trump, dunque, non è così azzardato. Entrambi hanno costruito una parte importante della propria leadership sulla personalizzazione della politica, sulla comunicazione aggressiva e sulla convinzione che la forza del personaggio possa compensare le difficoltà dell’azione di governo.
Ma gli elettori non sono tifosi con la tessera a vita. E il consenso non è un assegno in bianco.
Le elezioni italiane del 2027 sono ancora davanti a noi. Il centrodestra conserva una base elettorale importante e l’opposizione dovrà dimostrare di essere un’alternativa credibile, non soltanto un cartello di partiti uniti dall’antipatia per la Meloni.
Ma la partita è aperta. E pensare che il risultato sia già scritto sarebbe un errore.
Trump lo ha appena scoperto sulla propria pelle. Meloni potrebbe scoprirlo tra qualche mese.
Perché governare significa anche rispondere dei risultati, non soltanto rivendicare i successi.
E allora la domanda viene spontanea: dopo Trump, sotto a chi tocca?
La strada è la stessa, il rullo compressore è pronto e gli elettori hanno sempre l’ultima parola.
Attenzione, Giorgia: l’asfalto è ancora caldo.
