Società

La piazza imprevista: i giovani, una generazione scomoda

di Sylvie Freddi

Oggi tutti i Mammoni, i Bamboccioni, gli Sdraiati, i Maranza e i Bimbominkia sono scesi in piazza. La narrazione rassicurante della gioventù perduta dentro un mondo virtuale si è inceppata, lasciando il posto a un profondo senso di vertigine istituzionale.

Per anni li abbiamo fotografati stando comodamente seduti dalla parte della ragione. Li abbiamo catalogati con l’efficienza clinica di chi deve dare un nome a un problema per evitare di risolverlo. Li abbiamo chiamati Bamboccioni per colpevolizzare la loro mancanza di indipendenza; li abbiamo descritti come Sdraiati per liquidare la loro stanchezza come pigrizia; li abbiamo isolati nei recinti dei Maranza e dei Bimbominkia per deridere i loro codici estetici e la loro rabbia di periferia. Li abbiamo descritti come apatici, inconcludenti, senza ideali, incapaci di assumersi responsabilità. Li vedevamo inchiodati al divano, incollati a uno smartphone, e li accusavamo di non avere voglia di fare nulla, di non credere in niente, di non avere più sogni.

Oggi quei giovani si sono alzati. Hanno deciso di occupare le piazze, di far sentire la propria voce e di manifestare il proprio dissenso. Dovremmo esserne contenti, eppure, improvvisamente, non vanno più bene.

Li pensavamo passivi, invece hanno iniziato a mobilitarsi in massa e fanno paura perché oggi rappresentano un problema politico.

La passività, in fondo, è sempre stata la più efficiente forma di ammortizzatore sociale, una generazione senza uno scopo comune non fa pressione, non avanza pretese, non vota e non sposta gli equilibri.

Ma oggi i giovani sono usciti dalle case, dalle aule, dai luoghi del precariato. Hanno alzato la testa partecipando, contestando e mettendo in discussione le scelte di chi governa. E allora, come per magia, la retorica cambia e così non sono più bamboccioni, mammoni o sdraiati, ma diventano improvvisamente facinorosi, violenti, ingenui, manipolati, irresponsabili.

Bisogna trovare nuove etichette per delegittimare una protesta che non si riesce a far tacere.

Forse noi adulti eravamo più comodi prima, quando sembravano ciondolare senza meta, disillusi dalla vita. Ci cullavamo nell’idea che fossero indifferenti, che il problema fosse puramente sociale. Ma la verità è che gli apatici siamo noi. Siamo noi che abbiamo consegnato loro un pianeta ferito e una società sempre più disuguale, con una politica impegnata a difendere se stessa invece di costruire prospettive. Lasciamo loro un mondo di precarietà, segnato dall’emergenza abitativa e da un debito pubblico che ipoteca il loro futuro.

Noi – che abbiamo consumato risorse, devastato territori, trasformato il futuro in una promessa fantoccio – noi pretendiamo pure che i giovani siano riconoscenti ed educati e che aspettino il proprio turno, preferibilmente in silenzio.

Se la politica sperava che continuassero a guardare altrove, oggi deve fare i conti con la realtà: i ragazzi hanno smesso di ciondolare e protestano per riprendersi il futuro che gli stiamo bruciando.