Società

8 marzo: i diritti non fioriscono una volta l’anno

Scrivo da donna che vive il suo tempo e il nostro tempo è immerso in una crisi profonda.
Ci sono giorni che sembrano fatti per rassicurarci. L’8 marzo è uno di quelli. Arriva con la leggerezza delle mimose, con il colore giallo che invade le strade, le vetrine, le fotografie sui social. Arriva con le frasi già pronte: auguri a tutte le donne, oggi celebriamo la parità, come se bastasse pronunciarle per farle diventare vere.

Per un giorno intero la società si guarda allo specchio e decide di piacersi, ma appena il giorno passa, lo specchio si incrina. Perché la celebrazione è spesso una forma raffinata di rimozione.
Si festeggia “la donna”, una figura simbolica, quasi mitologica (forte, elegante, resiliente) mentre le donne reali continuano a muoversi dentro un sistema che chiede loro di spiegarsi continuamente, di ridimensionarsi, di non eccedere. Il femminile applaudito è quello che non disturba. Quello che non mette in discussione l’ordine delle cose. Tutto il resto diventa eccesso, esagerazione, ideologia.
Eppure la storia, se la si osserva con un po’ di onestà, racconta altro. Racconta che i diritti non arretrano quasi mai con un colpo improvviso. Non crollano come un muro. Si consumano lentamente, come pietra esposta alla pioggia.

Oggi non assistiamo a grandi dichiarazioni di guerra contro la libertà delle donne, non servono più. Esistono però azioni atroci in tal senso, il potere ha imparato una forma più sottile di movimento: una norma che resta ma perde efficacia oppure una parola che scivola lentamente verso un altro significato.
La regressione contemporanea non ha il volto dell’aggressività. Si presenta, secondo chi la attua, come buon senso, come equilibrio, come protezione. Ed è proprio questa gentilezza apparente a renderla difficile da riconoscere.

Molto tempo fa Simone de Beauvoir lo aveva intuito con precisione quasi chirurgica: i diritti delle donne sono i primi a diventare negoziabili quando una società entra in crisi.
Oggi quella crisi non è un momento isolato. È il clima dentro cui viviamo. E il primo territorio su cui questo clima si deposita continua a essere il corpo femminile.

Le leggi possono restare immutate, ma la loro applicazione può svuotarsi lentamente. Il diritto all’aborto esiste ancora formalmente, ma viene eroso nella pratica quotidiana. L’obiezione di coscienza si espande fino a diventare regola. I consultori, nati come spazi di autonomia e salute pubblica, cambiano così progressivamente natura.
Non si vieta apertamente ma si rende tutto complicato e ambiguo. La libertà resta scritta nei codici, ma si perde nei corridoi degli ospedali, nelle attese infinite, negli sguardi che giudicano senza parlare.
Allo stesso tempo, la maternità torna a essere raccontata come un destino naturale più che come una scelta libera.

Nel discorso politico italiano parole come famiglia e maternità ricompaiono con una frequenza quasi liturgica. Vengono celebrate nei discorsi pubblici, evocate come pilastri della società. Molto meno spesso si parla dell’autonomia delle donne.
La maternità viene esaltata simbolicamente ma raramente è accompagnata da politiche che permettano davvero di sceglierla senza pagarne il prezzo.
Nel frattempo prende forza una narrazione insistente sulla cosiddetta famiglia tradizionale. Una narrazione che non è neutrale: orienta il modo in cui vengono distribuite le risorse, le priorità legislative, perfino l’immaginario collettivo. Quando la famiglia viene descritta come il luogo naturale della cura, qualcosa resta sistematicamente invisibile: il lavoro che quella cura comporta. Ore di assistenza, organizzazione, rinuncia. Un lavoro che continua a essere svolto soprattutto dalle donne.

E così tutto il resto del vero scompare. I numeri raccontano infatti un’altra realtà: il lavoro femminile in Italia rimane fragile, intermittente, spesso penalizzato proprio dalla maternità. L’uscita dal mercato del lavoro viene descritta come scelta personale, quasi una vocazione naturale, raramente come il risultato di politiche insufficienti.

Anche quando si parla di violenza di genere il discorso pubblico rivela la stessa ambiguità. Ogni femminicidio produce commozione collettiva, dichiarazioni istituzionali, promesse di cambiamento. Poi l’attenzione si dissolve.
Le politiche strutturali come l’educazione affettiva nelle scuole, i finanziamenti stabili ai centri antiviolenza, la formazione adeguata per magistrati e operatori, restano intermittenti, fragili, subordinate ad altre urgenze.
La violenza maschile continua a essere trattata come emergenza, ma ciò che chiamiamo emergenza non obbliga mai a cambiare davvero il sistema.

Poi quando la violenza contro le donne coinvolge uomini potenti, il silenzio arriva sorprendentemente in fretta. Lo scandalo globale legato alla rete di sfruttamento costruita da Jeffrey Epstein ha mostrato con chiarezza quanto facilmente l’indignazione pubblica possa evaporare.
Documenti, testimonianze, responsabilità sistemiche: tutto scivola rapidamente verso il rumore di fondo.
La reputazione degli uomini continua a pesare più della vita delle donne.

La manifestazione più estrema di questa cultura resta il femminicidio che non è un incidente, non è un improvviso cortocircuito emotivo. È il punto finale di una catena che parte molto prima: dal controllo, dalla gelosia normalizzata, dall’idea che l’amore possa coincidere con il possesso.
Ogni volta la reazione collettiva segue lo stesso schema: si cercano motivazioni e storie personali, fragilità psicologiche. Ogni volta il racconto pubblico tende a spostarsi sulle biografie individuali: drammi personali, gesti impulsivi. Molto più raramente si parla della struttura culturale che rende possibili questi eventi quasi mai si nomina il sistema.

La parola patriarcato continua a sembrare eccessiva, come se fosse un’opinione ideologica e non una struttura storica.
La parità celebrata ogni 8 marzo assomiglia allora a un edificio elegante costruito su fondamenta ancora instabili.
Scrivere di questo non significa rivendicare un’identità, ma assumere una responsabilità. Perché la scrittura partecipa sempre alla costruzione dello sguardo collettivo.
Se questa data deve avere ancora un significato, forse è proprio quello di ricordare che i diritti non sono conquiste definitive. Non esistono come oggetti immobili nella storia. Esistono solo finché qualcuno continua a difenderli.

La libertà delle donne non riguarda soltanto le donne. È uno degli indicatori più precisi dello stato di salute di una società. Quando quella libertà si restringe, anche il futuro comune comincia lentamente a restringersi insieme a lei.