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Il paradosso della distruzione insensata di Gaza: il collasso dei desalinizzatori in Israele

di Sylvie Freddi

Israele, che ha costruito una delle tecnologie di desalinizzazione più avanzate del mondo, si è trovato improvvisamente vulnerabile davanti a un organismo microscopico. La distruzione sistematica delle infrastrutture idriche e fognarie di Gaza ha causato il riversamento di enormi quantità di acque reflue non trattate nel Mar Mediterraneo. Una catastrofe umanitaria per i palestinesi, costretti a vivere in condizioni sanitarie devastanti, ma si è rivelato anche un disastro ambientale capace di superare confini e barriere. Ogni giorno, dal delta del Nilo si riversano nel Mediterraneo una moltitudine di microalghe. Con la distruzione delle strutture fognarie di Gaza, i liquami riversati in mare hanno agito da potentissimo fertilizzante. La conseguente prolificazione delle microalghe ha raggiunto e otturato i filtri supertecnologici degli impianti di desalinizzazione Israeliani. 5 dei 6 impianti si sono fermati e il paese si è trovato di circa il 65% dell’approvvigionamento di acqua potabile in meno. La natura ci sorprende sempre facendoci ricordare che siamo altamente interconnessi, sempre. Questa è la prima accertata catastrofe ambientale che tocca Israele, frutto di questa insensata violenza distruttiva. Ma ve ne sono molte altre, basti pensare alle enormi quantità di CO2 generate dalle operazioni militari e dalle demolizioni sistematiche che non restano confinate nei cieli di Gaza. La distruzione di ecosistemi si unisce ai cumuli di detriti, sostanze tossiche e metalli pesanti che avvelenano il terreno. Nel frattempo le polveri sottili tossiche dovute ai crolli e all’incenerimento all’aperto dei rifiuti ora fluttuano nell’aria. Gli effetti collaterali dell’uso di armamenti ad alto impatto tecnologico e ambientale rischiano di tornare indietro al mittente come boomerang. Una microscopica alga ha messo in ginocchio uno dei paesi tecnologicamente più avanzati. La politica si dimentica il territorio naturale in cui viviamo, dimentica che la natura non ha confini geopolitici, ma è un unico ecosistema interconnesso. Noi che ci sentiamo la specie dominante del mondo, dimentichiamo che camminiamo su un fragile ecosistema che si è costruito durante millenni.