di Michele Petrocelli
La varietà culturale, e conseguentemente anche politica, del nostro Paese rende impossibile, de facto, raccogliere gli elettori in due soli schieramenti. Il motivo è semplice e intuitivo. Ciascuno schieramento raduna insieme partiti (o correnti) moderati o centristi con altri più oltranzisti ed estremisti, la forza della cui coesione risiede, più che in un programma, in un gioco di compromesso rivolto alla conquista e al mantenimento del potere politico.
Tuttavia, agli iscritti, ai simpatizzanti e agli elettori di ciascun partito, risulterà “pruriginoso” dover cedere una parte dei propri ideali e dei propri “valori” in nome di un’alleanza, tanto che, insoddisfatti, finiranno con il divenire una nuova nicchia elettorale, terreno di conquista e di consenso per i nuovi partiti. Così è accaduto, lo ricorderemo, con scissioni dai toni drammatici, melodrammatici e addirittura grotteschi: qualche anno fa, Occhetto e Bertinotti; Berlusconi e Fini; in tempi più recenti, Renzi e il Pd, fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle e lo stesso Movimento e, notizia dei nostri giorni, Vannacci e la Lega.
Fatta questa premessa, è necessario rilevare che costringere i partiti e, di conseguenza, gli elettori, ad appartenere a due sole fazioni, porterà ogni partito a snaturarsi perché, l’appartenenza a uno schieramento comporterà necessariamente, come abbiamo detto, uno scomodo compromesso tra i valori fondativi di un partito e gli obiettivi di coesione della coalizione (in tale direzione, il cosiddetto Campo Largo non naviga in buone acque).
Si potrebbe, a questo punto, obiettare che la politica, come è noto, è un gioco di compromesso e il “vettore-decisione” è, o dovrebbe essere, il risultato di cosiddetti “vettori-istanza” di ciascun partito. Nel nostro caso però, il compromesso è doppio perché a quello normale e istituzionale dell’azione politica, si somma quello patologico, “interno” a ciascuna coalizione, con il tragico risultato della perdita di consenso e di credibilità dei partiti di fronte alla propria base e all’elettorato tutto.
È evidente che tutto quanto descritto, andrebbe inserito in un contesto politico che oggi non è più rilevabile in quanto il “compromesso” sta tutto nel puro e bieco mantenimento della cosiddetta poltrona. Assicurarsi il “posto” alla Camera o al Senato è l’obiettivo della classe politica attuale, figlia diretta di quella degli ultimi trenta anni.
Sempre cadute nel vuoto le cicliche proposte, peraltro timide, di limitazione dei mandati parlamentari, di reintroduzione di un sistema proporzionale puro, anche con un minimo di sbarramento, unica seria risposta al bene della nazione, che, al contrario di quanto si possa pensare, porterebbe a una stabilità politica e istituzionale non di comodo (la corsa alle poltrone), come avviene oggi, ma programmatica e pragmatica reale per il Paese.
