di Annalisa Nicastro
Emma Bonino ha attraversato il nostro tempo e io sono stata felice di aver vissuto nei suoi stessi anni, da donna ne sono poi ancora più orgogliosa. La parola che ha inseguito per tutta la vita non era di certo il potere ma era libertà.
Una parola consumata dall’uso, pronunciata spesso come una promessa e altrettanto spesso tradita nei fatti. Lei invece la prendeva sul serio, la riportava a terra, dentro i corpi, dentro le scelte, dentro quella zona intima dell’esistenza dove la politica diventa improvvisamente qualcosa che ci riguarda fino alla pelle.
La sua storia comincia anche da lì: da una donna che nel 1974 attraversa il dolore e l’umiliazione di un aborto clandestino e decide che quella esperienza non può rimanere soltanto sua. Non sceglie il silenzio; si autodenuncia. Porta il proprio corpo dentro lo spazio pubblico e costringe un Paese a guardare ciò che preferiva non vedere.
È difficile immaginare oggi quanto coraggio ci fosse in quel gesto. Perché le libertà che ci sembrano naturali, prima di diventare diritti, sono quasi sempre state considerate scandali. E qualcuno, prima di noi, ha dovuto avere il coraggio di essere scandaloso.
Emma lo è stata molte volte.
Con gli zoccoli rossi entrò in Parlamento nel 1976, giovane, radicale, indomabile. Non sembrava interessata a diventare una donna di potere nel senso consueto del termine, sembrava interessata a togliere potere a tutto ciò che pretendeva di decidere in maniera coercitiva al posto degli altri.
È una differenza enorme. Perché la libertà, quella vera, non consiste nel sostituire un padrone con un altro, consiste nel poter finalmente dire: questa vita è mia.
Il mio corpo è mio, la mia maternità è mia, la mia scelta è mia, la mia voce è mia, la mia fede, o la mia assenza di fede, è mia, il mio amore è mio, la mia idea di famiglia è mia.
La mia vita non deve essere approvata da nessuno per poter essere vissuta.
Emma Bonino ha combattuto per questo, ma non soltanto per le donne. Ed è forse proprio qui che la sua idea di libertà diventa più grande del femminismo inteso come categoria.
Lei non amava essere rinchiusa nelle categorie. «Non credo che noi donne siamo una categoria». Perché considerarsi una categoria da proteggere, nella sua visione, poteva diventare un altro modo per essere separate dal resto dell’umanità, ha detto.
Non chiedeva un recinto più comodo, chiedeva di togliere i recinti. È una cosa molto diversa.
Per questo la sua battaglia per le donne non è mai stata soltanto una battaglia sulle donne. È stata una battaglia sull’individuo, sulla responsabilità, sull’autodeterminazione.
La sua eredità è difficile, perché la libertà non è comoda. Non ti dice soltanto: fai quello che vuoi, la libertà ti dice: assumiti la responsabilità di poter scegliere.
Emma lo sapeva. Lo sapeva quando combatteva per l’aborto legale e per il divorzio. Lo sapeva quando portava la voce delle donne fuori dall’Italia, quando denunciava la mutilazione genitale femminile e difendeva le donne afghane. Lo sapeva quando si batteva contro la pena di morte, contro la fame, contro ogni forma di autoritarismo.
La sua idea di libertà non finiva mai al confine della propria casa, perché aveva capito una cosa semplice: nessuna libertà è davvero al sicuro se può essere negata a qualcun altro.
Per questo la sua voce arrivava lontano. E per questo oggi, mentre la sua voce si spegne, viene naturale avere paura del silenzio.
Perché Emma era una di quelle persone che sembravano appartenere alla geografia stessa delle nostre giornate. La si poteva amare o detestare, votare o non votare, considerare troppo radicale, troppo ostinata, troppo scomoda. Ma c’era.
C’era quella donna minuta con la voce ferma, c’erano i suoi scioperi della fame, c’erano le sue battaglie impossibili, c’erano i suoi no, c’era quella capacità quasi ostinata di rimanere in piedi quando sarebbe stato più facile sedersi dalla parte dei vincitori.
Essere liberi vuol dire anche questo: non avere bisogno di vincere per continuare a combattere. Emma ha perso molte battaglie. Ma alcune delle battaglie che sembravano impossibili all’inizio sono diventate normalità per milioni di persone.
Una ragazza può oggi decidere del proprio corpo perché altre donne, prima di lei, hanno avuto il coraggio di dire che quel corpo non apparteneva allo Stato, alla Chiesa, alla famiglia, alla morale degli altri.
Una donna oggi può lasciare un marito perché altre donne hanno detto che il matrimonio non è una prigione.
Una persona può rivendicare il proprio amore perché qualcuno, prima, ha avuto il coraggio di dire che nessuna maggioranza ha il diritto di stabilire chi possiamo amare.
La libertà ha sempre questa strana grammatica: comincia al singolare e finisce al plurale.
Io posso.
Tu puoi.
Noi possiamo.
E allora penso alle parole che oggi sembrano quasi un testamento, anche se forse Emma avrebbe odiato l’idea di un testamento politico:
Impegnatevi.
Non è un invito alla perfezione. Non è neppure un invito a diventare eroine. È qualcosa di più concreto e più difficile.
Impegnatevi per le idee che avete.
Impegnatevi per ciò in cui credete.
Impegnatevi affinché a nessuna donna possa mai più essere detto che non può farlo.
È questa la parola che Emma ci lascia: non ricordatevi solo di me.
Continuate.
Perché i diritti, diceva, bisogna difenderli. Non durano per sempre.
E questa frase oggi fa ancora più paura. Perché abbiamo la tentazione di pensare che ciò che è stato conquistato non possa essere perduto, che una libertà, una volta ottenuta, rimanga per sempre.
Non è così. La storia alle volte torna indietro, le società dimenticano.
I diritti possono restringersi lentamente, quasi senza rumore. Possono cominciare con una parola, con una legge, con una concessione, con qualcuno che decide che per alcune persone una libertà può essere un po’ meno libera.
Per questo Emma ci lascia un compito.
La libertà non è un monumento, è una cosa viva.
Ha bisogno di qualcuno che la difenda ogni mattina. Ha bisogno di donne che non chiedano scusa per lo spazio che occupano e di uomini che non abbiano paura di perdere privilegi, di ragazze che possano scegliere la propria vita senza dover prima dimostrare di meritarla, di persone capaci di dire no anche quando tutti intorno dicono sì.
Emma ha passato più di cinquant’anni a disturbare il potere e ora che non può più farlo con la sua voce, la cosa più giusta non è dirle addio, è raccogliere quella voce e portarla avanti, come si porta una fiammella dentro il vento.
E allora sì, Emma, ci impegneremo.
Libere di scegliere, libere di sbagliare, libere di desiderare, libere di dire no, libere di dire sì, libere, semplicemente, di essere.
È questo il modo più vero per continuare una rivoluzione:non lasciarla diventare memoria ma farne ancora vita.
Grazie, Emma.
