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Trump-Meloni: “Era una mia fan, ma non la voglio più”. Quando il padrone si arrabbia

di Sylvie Freddi

Per anni Giorgia Meloni è stata una delle migliori allieve europee del trumpismo. Ne ha condiviso linguaggio, priorità politiche e visione del mondo, accreditandosi come punto di riferimento continentale di quell’universo conservatore e nazionalista che il presidente americano ha trasformato in un movimento globale. Se Donald Trump starnutisce, mezzo mondo conservatore corre a porgergli il fazzoletto, e tra loro, lei, Giorgia Meloni.

La minaccia di Trump dell’annessione della Groenlandia, il suo appoggio incondizionato al genocidio del governo di Netanyahu, il bliz venezuelano, la guerra in Iran. La prepotenza della politica trumpiana ha messo a dura prova il servilismo del governo italiano. E la lealtà viene premiata finché coincide con l’obbedienza. Nel momento in cui emerge una posizione divergente, il riconoscimento lascia spazio alla punizione pubblica.

A marzo, il governo italiano ha vietato agli Stati Uniti sull’uso della base di Sigonella per far atterrare alcuni bombardieri diretti verso il Medio Oriente. Il motivo? Gli aerei erano già in volo quando il piano è stato comunicato alle autorità italiane e, soprattutto, non era stata chiesta alcuna autorizzazione preventiva. Dai controlli è inoltre emerso che non si trattava di normali voli logistici previsti dagli accordi tra i due Paesi.

Ad aprile Trump ha criticato papa Leone XIV, finalmente il cuore cattolico della destra e la paura di perdere consensi si è attivato: “parole inaccettabili di Trump” ha dichiarato la Meloni.

Così sono arrivati gli attacchi verbali, dichiarazioni dirette alla premier italiana, per ricordare chi comanda in classico stile egocentrico trumpiano. “Era una mia fan, ma non la voglio più”

Ferita dagli attacchi dell’ex presidente americano, Meloni ha affidato a Instagram una risposta stizzita, nel tentativo di riaffermare la propria dignità politica messa in discussione proprio da colui al quale per anni era stata considerata vicina.

Probabilmente oggi la premier ha capito la differenza tra un seguace ed un alleato. Quando un seguace prova a mostrare un briciolo di autonomia, c’è sempre il rischio di scoprire che l’amicizia è valida finché coincide con l’obbedienza. E la punizione è la pubblica gogna.

Meloni prova ora a chiudere rapidamente il caso, invocando l’unità dell’Occidente e la necessità di concentrarsi su questioni più importanti. Ma il messaggio di Washington è stato recepito: nel sistema di alleanze costruito attorno a Trump, la fedeltà non è mai una garanzia, ma una condizione che deve essere continuamente dimostrata.