di Sylvie Freddi
Con Nell’abisso, lo storico israelo-americano Omer Bartov, tra i maggiori studiosi contemporanei dell’Olocausto, del nazismo e della violenza di massa, propone una delle più radicali analisi della storia e della politica israeliana degli ultimi decenni.
Il nucleo della sua riflessione riguarda la trasformazione del sionismo. Nato come movimento di emancipazione nazionale e di liberazione degli ebrei perseguitati in Europa, il progetto sionista ha progressivamente assunto i caratteri di un’ideologia statale fondata sull’espansione territoriale, sul militarismo e sulla subordinazione ed eliminazione del popolo palestinese. Una deriva che ha favorito l’affermazione di correnti religiose nazionaliste e di una cultura politica sempre più permeata da logiche di esclusione e supremazia etnica.
Al centro di questa visione vi è la convinzione, sostenuta dagli ambienti più radicali del nazionalismo religioso israeliano, che l’intera terra compresa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo appartenga esclusivamente al popolo ebraico e che lo Stato di Israele abbia il compito storico di realizzare tale rivendicazione. È all’interno di questo quadro ideologico che Bartov interpreta anche le conseguenze dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, sostenendo che il governo israeliano abbia utilizzato quell’evento come legittimazione per una campagna militare genocidaria nei confronti della popolazione palestinese di Gaza, accompagnata dall’espansione degli insediamenti nei territori occupati.
Sebbene il libro sia stato tradotto e pubblicato in numerosi Paesi, nessun editore israeliano ha deciso di stamparlo. Una scelta che riflette il clima di chiusura e di rifiuto che caratterizza una parte significativa della società israeliana rispetto alle critiche rivolte alle politiche dello Stato.
In Italia le testate conservatrici e tradizionalmente vicine alle posizioni israeliane, come Il Foglio, hanno contestato duramente le conclusioni di Bartov, accusandolo di formulare giudizi arbitrari, di utilizzare fonti selettive e di perseguire finalità prevalentemente politiche nei confronti del governo Netanyahu. Critiche che si confrontano tuttavia con il profilo accademico dell’autore, riconosciuto a livello internazionale come uno dei più autorevoli studiosi dei fenomeni genocidari.
Particolarmente significativa è la riflessione che lo storico ha recentemente espresso in un’intervista televisiva:
“Opporsi al genocidio dei Palestinesi e opporsi al sionismo non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo. Il genocidio diversamente dai crimini di guerra, dai crimini contro l’umanità, è un evento sociale. Un crimine di guerra può essere commesso da un generale o da una particolare unità militare, mentre un genocidio quando accade è l’intera società di quel Paese che lo sta perpetrando, diventa complice di quel genocidio. Bisogna chiederci, nel caso di Israele, in cui c’è un esercito di leva: i figli e le figlie della maggior parte dei cittadini di Israele. Cosa significa per un Paese essere coinvolto in questa attività; significa che tutti fanno parte di questo evento. Quelli che lo fanno, quelli che lo negano e quelli che non fanno nulla a riguardo. In questo senso ci dice molto della società stessa. Nel caso di Israele si tratta si un Paese che è in una forte fase di negazione».
Nell’abisso è un libro scomodo che pone interrogativi profondi sul presente di Israele, sul significato della memoria dell’Olocausto e sul futuro del conflitto israelo-palestinese.
