di Pippo Gallelli
C’è una storia che racconta più di mille statistiche cosa stiano diventando questi Mondiali di calcio 2026. È la storia di Omar Artan, il miglior arbitro africano del 2025, quello che avrebbe dovuto essere il primo direttore di gara somalo nella storia della Coppa del Mondo. È arrivato a Miami con il suo badge, i suoi documenti, la sua designazione ufficiale della FIFA. È stato trattenuto undici ore, messo in una cella, interrogato su Al-Shabaab, un’organizzazione terroristica di cui dice di non sapere nulla, e poi rispedito a casa su un aereo. Colpa, forse, di un’omonimia. Certezza, sicuramente, di un sistema che prima spara e poi non chiede nemmeno scusa.
Ma Artan non è solo. La nazionale senegalese è stata perquisita e umiliata sulla pista d’atterraggio per ore. Un calciatore iracheno, Hussein, è stato interrogato sette ore e si è visto negare il visto. La nazionale iraniana è stata costretta a entrare e uscire dagli Stati Uniti soltanto per il tempo strettamente necessario a giocare le partite, come se la loro presenza sul suolo americano fosse già di per sé una minaccia. Questi sono i Mondiali del 2026. Questa è la festa dei popoli uniti dal pallone, secondo Donald Trump e secondo chi gli ha ceduto l’evento più seguito del pianeta.
La risposta di Gianni Infantino, presidente della FIFA, è stata all’altezza della situazione: “un caso sfortunato e spiacevole”. Punto. Nessuna protesta formale, nessuna pressione diplomatica, nessuna solidarietà istituzionale verso un uomo che la FIFA stessa aveva designato per il torneo. Lo stesso Infantino che qualche mese fa aveva consegnato a Donald Trump un premio FIFA per la pace. La pace. A Trump. Se non fosse tragico, sarebbe il finale di una commedia dell’assurdo.
Andrew Giuliani, figlio di Rudy e direttore esecutivo della task force FIFA della Casa Bianca, ha liquidato la questione con una formula che vale la pena ricordare: ci sono “ottime ragioni” per il respingimento di Artan, ragioni di cui però “non si può parlare”. È il linguaggio del potere quando non ha argomenti: il segreto come risposta, l’opacità spacciata per sicurezza nazionale. Intanto un funzionario anonimo del Dipartimento di Stato si è affrettato a dire che l’arbitro aveva legami con organizzazioni terroristiche. Un’accusa gravissima, lanciata senza prove, senza processo, senza contraddittorio. Il New York Times ha scritto che potrebbe trattarsi di una clamorosa omonimia con un leader di Al-Shabaab. Potrebbe. Ma nel dubbio, si rimanda a casa l’arbitro. Nel dubbio, si umilia un uomo.
Eppure il mondo ha risposto. Da ogni angolo del pianeta sono arrivate attestazioni di solidarietà verso Artan: colleghi arbitri, federazioni, tifosi, semplici appassionati di calcio indignati da quello che avevano visto. E l’UEFA ha fatto qualcosa di più concreto: ha designato Omar Artan per dirigere la Supercoppa Europea. Un gesto che vale più di mille comunicati stampa, una risposta istituzionale che ridà all’uomo la dignità che gli Stati Uniti gli avevano strappato in undici ore di cella a Miami.
Artan è tornato a Mogadiscio accolto da migliaia di persone, con bandiere e applausi, portato in trionfo in uno stadio. Ha detto che tornerà nel 2030, che non si lascia scoraggiare. La Somalia lo ha accolto come un eroe: non perché abbia fatto qualcosa di straordinario, ma perché ha conservato la sua dignità in una situazione pensata per toglierla. C’è una forza in quelle parole, e in quelle immagini, che mette profondamente in imbarazzo chiunque abbia taciuto in questi giorni. E il silenzio, in queste ore, è stato assordante.
Perché bisogna dirlo con chiarezza: quello che sta accadendo attorno a questi Mondiali non è una serie di incidenti diplomatici, non sono episodi isolati da archiviare come sfortuna o burocrazia. È un metodo. È la logica di un paese che ha costruito un torneo globale come vetrina di sé stesso e che nel frattempo seleziona chi può entrarci, chi può arbitrare, chi può semplicemente atterrare. Un paese che tratta i passaporti africani e mediorientali come prove di colpevolezza da confutare, e che affida la gestione di un evento sportivo internazionale alla stessa macchina ideologica che alimenta i respingimenti, i muri, le deportazioni.
Questi Mondiali nascono sotto il segno sbagliato. Nel 1978, in Argentina, si giocò una Coppa del Mondo mentre la dittatura di Videla faceva sparire migliaia di persone. Quelli vennero chiamati i Mondiali della vergogna. Anche allora la FIFA non disse nulla di sostanziale. Anche allora il calcio andò avanti come se niente fosse.
Quasi cinquant’anni dopo, la forma è diversa. Ma la sostanza, il potere che usa lo sport come specchio di sé stesso e le istituzioni sportive che si girano dall’altra parte, è rimasta intatta. E questa, più di qualunque risultato sul campo, è la notizia di questi Mondiali.
