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Il momento del SÌ: l’Italia smette di fare finta

di Luca Branda

Esiste un momento nella vita di un Paese in cui l’alibi finisce. Non si può più dire “il sistema è così”, “è sempre stato così”, “cosa vuoi che cambi”. Quel momento arriva con le giornate del 22 e 23 marzo. In questi due giorni, davanti a una scheda verde, l’Italia ha la possibilità concreta — rara, forse irripetibile — di rompere qualcosa che si è inceppato da decenni.

Immagina di giocare una partita. L’arbitro fischia contro di te. Ti avvicini e scopri che ha allenato la squadra avversaria per quindici anni. Che ha condiviso spogliatoio, pranzi, soddisfazioni con i tuoi avversari. Protesteresti. E avresti ragione.

In Italia, oggi, chi passa anni a fare il pubblico ministero — cioè l’accusatore — può tranquillamente diventare giudice sugli stessi reati. La separazione delle carriere che il referendum ci chiede di confermare mette fine esattamente a questo. Non è vendetta politica. È cambiamento istituzionale.

Quarant’anni di attesa. Una generazione intera è nata, cresciuta e ha fatto figli mentre l’Italia rimandava questo appuntamento con sé stessa. Ogni volta che la riforma si avvicinava, scattava il meccanismo: allarme, resistenza corporativa, campagna mediatica, rinvio. Questa volta il Parlamento ha già detto sì. La parola finale spetta a noi, senza quorum: conta solo chi vota, e ogni scheda vale allo stesso modo.

Poi c’è il bubbone che nessuno vuole ricordare. Le chat pubblicate, i magistrati che si accordavano sulle nomine al ristorante, le correnti che si dividevano i posti come fossero seggi di partito. La riforma introduce due CSM distinti — uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri — e una Corte disciplinare autonoma di rango costituzionale. Non è una punizione per i magistrati onesti, che sono la maggioranza. È una struttura che protegge anche loro dalle logiche di potere che li circondano.

I sostenitori del NO parlano di rischio di controllo politico. È un argomento che merita rispetto. Ma nessuno risponde alla domanda vera: un giudice che deve la sua carriera a una corrente interna è davvero più indipendente? O è semplicemente più ricattabile?

Questa non è una riforma di destra. Calenda l’ha sostenuta, e non è il solo al di fuori del centrodestra a riconoscerne la logica autonoma, indipendente da chi l’ha proposta. Le riforme buone non appartengono a chi le fa. Appartengono a chi ne beneficia. E di questa beneficiano i cittadini — anche quelli che non ci pensano mai, finché non si trovano davanti a un tribunale.

Domenica mattina ti alzi, prendi la tessera elettorale, esci di casa. La scheda è verde. Il quesito è tecnico e lungo, come sempre. Ma il senso è semplice: vuoi che in Italia chi accusa e chi giudica siano persone diverse, con carriere diverse, con organi di controllo diversi?

SÌ. Due lettere per dire che l’Italia è pronta a fare sul serio.