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Banksy e il diritto di restare invisibile

Alle volte conoscere significa sottrarre qualcosa. La recente inchiesta di Reuters su Banksy ha provato a fare quello che il giornalismo sa fare meglio: ricostruire, verificare, dare un volto. Secondo i suoi reporter, dietro l’artista fantasma ci sarebbe Robin Gunningham un uomo nato a Bristol, un passato da writer, una traiettoria che finalmente si chiuderebbe in un cerchio.
Ma la domanda resta sospesa, come un palloncino rosso che sfugge alla mano di una bambina: era davvero necessario?
Per oltre vent’anni, Banksy è stato un gesto prima ancora che una persona. Una comparsa notturna sui muri, un’irruzione improvvisa nelle città: Londra, Betlemme, Napoli, Kiev.
Le sue opere non firmavano contratti, non si lasciavano fotografare accanto all’autore. Esistevano e basta, come certe verità che non hanno bisogno di essere spiegate.
Topi, bambini, soldati, poliziotti che si baciano. Un linguaggio semplice, quasi infantile, eppure capace di incidere come una lama. Non c’era nessuna biografia a distrarci, né interviste a guidarci. Solo il nostro sguardo, nudo, davanti al muro.
L’anonimato per Banksy non è mai stato un vezzo, è stato il cuore stesso del progetto; nascondere il nome significava togliere il potere al nome e restituirlo all’opera.
Reuters da parte sua ha rivendicato una logica chiara: chi ha influenza pubblica deve essere riconoscibile, responsabile, tracciabile. Eppure qui qualcosa scricchiola, perché Banksy non è un ministro, non è un’istituzione, non è un amministratore di potere. È, semmai, un sabotatore simbolico del potere.
Viene da chiedersi a questo punto: stiamo esercitando un diritto o stiamo cedendo a una curiosità quasi primitiva? Quella di mettere un volto a ciò che ci inquieta e a quello che non vuole farsi conoscere in un’epoca in cui tutto deve sapersi e deve essere conosciuto?
Non è la prima volta che accade. Quando Elena Ferrante venne “svelata” da un’inchiesta, molti parlarono di violazione, non legale, forse, ma simbolica. Ferrante aveva scelto il silenzio e qualcuno ha deciso che quel silenzio non era accettabile. Come se l’anonimato fosse una colpa da correggere, come se la trasparenza fosse sempre una virtù, anche quando diventa intrusione.
Ma non dovremmo dimenticare mai però che l’arte, quella vera, vive proprio nell’ambiguità, nello spazio aperto tra chi crea e chi guarda.
Finché Banksy non aveva un volto, poteva essere chiunque, poteva essere tutti. Ora rischia di diventare uno solo.
C’è poi anche un rischio concreto, quasi materiale. Rivelare un’identità significa esporre: a conseguenze legali, a pressioni economiche, a ossessioni mediatiche. Lo ha ricordato proprio l’avvocato di Banksy, parlando di comportamenti morbosi e minacciosi da parte di chi confonde interesse e invasione.
Ma c’è un rischio più sottile, più difficile da nominare: è il rischio che il nome diventi più importante del messaggio, ad esempio che si inizi a parlare di dove vive, quanto guadagna, chi frequenta e si smetta, lentamente, di guardare il muro su cui Bansky dichiara con la sua opera i suoi intenti.
L’anonimato non è un vuoto, è uno spazio, uno spazio in cui chi guarda può entrare, proiettarsi, riconoscersi. Finché non sappiamo chi è l’autore, la sua voce può diventare la nostra, il suo volto può essere uno specchio.
Quando arriva il nome, lo specchio si incrina.
Certo c’è qualcosa di profondamente umano nel voler sapere ma non tutto ciò che è umano è necessario.
Il punto non è stabilire se Reuters avesse il diritto di pubblicare quell’inchiesta, il punto è chiedersi se noi avevamo davvero bisogno di leggerla.
Perché svelando un nome, l’arte di Banksy non cambia, ma il nostro modo di guardarla sì.
Allora, in un tempo che pretende di illuminare tutto, di esporre tutto, di raccontare tutto, difendere l’anonimato diventa un gesto quasi politico, un modo per dire che non tutto deve essere svelato, che alcune cose, per restare vere, hanno bisogno di restare invisibili. Come certe notti, come certe ferite, come certi artisti che parlano meglio quando nessuno li chiama per nome.