Mondo

Missili e musichette

di Pippo Gallelli

La guerra non è un meme

C’è un Paese — anzi, due — che hanno bombardato l’Iran. Stati Uniti e Israele, in quella che è stata battezzata Operazione Epic Fury. E sui social americani, qualcuno ci aveva messo su la Macarena.

Non è una metafora. Account vicini alla Casa Bianca rilanciavano clip dei raid con sottofondo musicale, gif celebrate, emoji di fuoco. La guerra come contenuto. Il bombardamento come intrattenimento. Dall’altra parte del mondo, a Minab, si seppellivano le bambine di una scuola colpita durante i raid — e per quella strage, secondo quanto stava emergendo, la responsabilità sembrava ricadere sui missili americani.

L’America dei social ha un rapporto particolare con la violenza che esercita lontano da casa. La trasforma. La comprime in un reel di trenta secondi, le aggiunge una colonna sonora, la rende condivisibile. Il missile diventa estetica. Il drone diventa spettacolo. Funziona perché la distanza fa il lavoro sporco: nessuno vede le macerie vere, nessuno sente l’odore, il feed scorre e la guerra resta una cosa che succede altrove — qualcosa di eccitante, quasi. Finché non arrivano le bare.

Ma qualcosa, in quei giorni, aveva incrinato il vetro. Sotto quei post festosi era comparsa una risposta secca, ripetuta migliaia di volte: Mandaci tuo figlio. L’hashtag #SendBarron era diventato virale in poche ore. La richiesta, sarcastica e feroce insieme, era semplice: se la guerra è così gloriosa, se i raid meritano la musichetta e il montaggio cinematografico, allora arruolate Barron Trump. Il figlio del presidente. Diciannove anni, età perfetta. Non è accaduto, ovviamente. Trump è il primo presidente americano senza alcun membro della famiglia che abbia mai indossato una divisa — lui stesso si sottrasse al Vietnam. Firmava le autorizzazioni ai bombardamenti da una stanza climatizzata, mentre i suoi sostenitori festeggiavano online. Il privilegio ha sempre avuto questo vantaggio: la guerra degli altri è sempre più facile da tifare.

Il problema non era che esistessero i meme. I meme sono stati, in altri tempi, strumenti di denuncia e resistenza. Il problema è quando il meme non commenta la realtà ma la sostituisce, quando l’ironia diventa un modo per non vedere. Quando un’operazione militare viene battezzata Epic Fury — nome da videogioco — e celebrata con clip in stile blockbuster, qualcosa si è già rotto nel modo in cui una società elabora la violenza fatta nel suo nome. Si costruisce un’estetica della guerra che la rende digeribile, quasi desiderabile: eroica senza il sangue, potente senza le conseguenze. Un’anestesia di sistema. E i social ne sono stati il vettore più efficiente che sia mai esistito.

A Minab si erano fatti i funerali. File di bare bianche. Genitori distrutti. Basta questo. Non serve l’orrore del dettaglio — serve solo sapere che quelle bare ci sono state, per capire quanto fosse oscena la musichetta sopra i video dei raid. La guerra non è un contenuto, non è engagement, non è epica. È sempre, invariabilmente, la morte di qualcuno che non aveva chiesto di diventare lo sfondo di un reel.