Mondo

Il tempo di tornare a essere cittadini

di Michele Petrocelli

La confusione nella quale il cowboy di Mar-a-Lago ha gettato il mondo intero è a dir poco sconcertante. E tutto questo per coprire le sue malefatte, quelle del compare e genocida Netanyahu e dei suoi amichetti vari coinvolti nell’Affaire Epstein (italiani compresi). Sempre più ci si sta convincendo che i file sulle questioni pedofile c’entrino parecchio nell’idea guerrafondaia del “biondo ciuffo”, unitamente all’occasione, da non perdere, di realizzare la più grande e importante operazione immobiliare di tutti i tempi: quella della ricostruzione, a uso e consumo proprio, della seviziata e martirizzata Striscia di Gaza.

La cartina di tornasole di questa folle e spietata manovra è di certo il comitato d’affari — Board of Peace — creato ad hoc per la realizzazione del tutto. Partecipanti effettivi e osservatori, si intenda, come l’Italia che, dal presenziare con il cappello in mano agli incontri al “non avere elementi” per dichiarare una posizione netta sulla folle operazione nel Golfo Persico, è un attimo.

Il nostro povero mondo è ormai diviso tra chi ancora crede nel potere del diritto, della condivisione, nella diplomazia (tradotto: arte del dialogo, della politica in senso stretto e positivo quale promotrice di accordi e di intese) e chi, invece, con un’ipocrisia senza limiti, si macchia delle azioni più indicibili per il proprio tornaconto.

Non ne è esclusa la politica nostrana, soprattutto quella governativa, che con giravolte a dir poco disgustose insiste, nel silenzio, a giustificare le azioni scellerate dei diversi amichetti e padroni, giustificandole subdolamente anche con quella che viene chiamata ragion di Stato.

Stesso discorso vale per l’istituzione che risponde al nome di Unione Europea, chiusa nel suo assordante e burocratico silenzio e ormai praticamente insignificante nei processi di gestione delle questioni internazionali.

Eravamo rimasti — e, in modo nauseante, faccio mea culpa — abituati alla strage degli innocenti di Gaza. Ora questo non è più possibile: non si può stare più alla finestra in attesa di un drone, per parafrasare qualcuno. Lo dobbiamo ai settantamila morti della Striscia, di cui ventimila bambini; lo dobbiamo alle popolazioni coinvolte dai continui bombardamenti in questo momento in Medio Oriente, sia sul fronte iraniano sia su quello dei Paesi della penisola arabica; lo dobbiamo al torturato Libano, terra da sempre di unità e convivenza tra le religioni; lo dobbiamo a tutti noi che, nel nostro piccolo, cerchiamo di offrire un contributo affinché tutto questo finisca.

In proposito iniziano a protestare anche i cosiddetti Paesi amici degli Usa nel Golfo Persico: gli Emirati, il Bahrein, l’Arabia Saudita che, truffati da Trump, hanno visto crollare le loro economie costruite non solo sul petrolio — tra l’altro bloccato a Hormuz — ma soprattutto, negli ultimi anni, centrate sul turismo europeo e statunitense.

E a risentirne sono ormai anche la gran parte delle mete turistiche del Sud-est asiatico, che hanno visto chiudere, d’un tratto, i principali scali proprio nella penisola arabica.

È tempo di aprire, dunque, un nuovo corso politico nazionale e internazionale, a cominciare dall’UE, che si richiami all’unità di valori condivisi. Valori che non potranno continuare a essere quelli personalistici e privati, ma quelli del bene comune, nell’interesse di tutti i cittadini, con una visione esclusivamente votata al diritto e a un welfare sempre più diffuso, includente e condiviso.