Cultura

Cloris Brosca torna in scena con Hostages: poesia, follia e denuncia sociale

Per molti spettatori il suo volto è legato a un ricordo luminoso della televisione degli anni Novanta: la “zingara” di Luna Park, il fortunato programma di Pippo Baudo che trasformava la prima serata in una festa popolare fatta di musica, gioco e immaginario. Ma il percorso artistico di Cloris Brosca è sempre stato molto vasto e oggi l’attrice torna in scena con Hostages, spettacolo scritto e diretto da Antonio Prisco, un monologo intenso e spiazzante che attraversa la fragilità umana, la marginalità sociale e le contraddizioni di un’epoca. Sono due gli appuntamenti, la prima il 14 marzo al Teatro del Rimedio di Napoli e dal 19 al 22 marzo al Teatro Cometa Off di Roma 

Sul palco prende voce una donna rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario che, approfittando di una falla nel sistema di sorveglianza, trova rifugio in una stanza dimenticata. È lì, in quello spazio sospeso, che la protagonista riversa i suoi pensieri in un flusso di parole a tratti delirante, a tratti sorprendentemente poetico. Tra ricordi che evocano una Roma ingenua e sognatrice e visioni che riportano agli eccessi degli anni Ottanta, la vicenda personale della protagonista si trasforma lentamente in qualcosa di più grande: una testimonianza, quasi una denuncia, capace di parlare a tutti.

In questa intervista Cloris Brosca racconta il lavoro sul personaggio, il dialogo creativo con il regista e la forza di un testo che scava nella follia per cercare una forma di verità. E ricorda come, dietro la fragilità di quella donna, emerga una dichiarazione semplice e potentissima: la rivendicazione della propria dignità.

Molti spettatori la ricordano come la “zingara” di Luna Park, un personaggio entrato nell’immaginario televisivo degli anni Novanta. Torna oggi a teatro con Hostages. Che cosa le è piaciuto di più in questo testo teatrale? E della protagonista?
Mi è piaciuta l’autenticità del testo, come è scritto: un linguaggio apparentemente colloquiale, ma musicale, profondo che lascia intravedere le molte sfaccettature della realtà della protagonista.
Del personaggio mi è piaciuta la sfrontatezza, la sincerità disarmante e quel tratto di poesia che le rimane, nonostante la vita difficile e pericolosa che ha vissuto.

Come è entrata nella mente e nel cuore di un personaggio così fragile e così ribelle? Che tipo di lavoro ha fatto con il regista Antonio Prisco per costruire questa intensità scenica
Come dicevo il testo è scritto molto bene, per cui seguendo il filo delle parole, mai scontate, sono entrata nel mondo di questo personaggio e il lavoro che Antonio Prisco mi ha suggerito è stato proprio quello di “aprire” per così dire ogni parola, ogni frase, ogni espressione, per scoprire la realtà che c’è dietro, senza dare nulla per scontato

Secondo lei la follia può diventare anche una forma di verità?
Credo che il confronto con la follia possa far luce su verità profonde che la convenzione, la cosiddetta “normalità”, rischia di trascurare.

Lo spettacolo attraversa anche gli anni Ottanta, con il loro immaginario di libertà, moda, musica, eccessi. Che cosa rappresenta per lei quel periodo: una stagione di illusioni o di grande energia creativa?
Erano i miei primi anni di lavoro, c’erano le prime tournée, durante le quali era vivo il confronto creativo con i miei colleghi, soprattutto con i coetanei, che proseguiva, in un certo senso, il dialogo che avevo avuto con gli altri allievi dell’Accademia da cui ero da poco uscita.
Parlavamo continuamente di teatro, non smettevamo mai e penso che attraverso quei discorsi non solo ci confrontassimo con gli altri, ma anche cercavamo di spiegare a noi stessi la realtà a cui come giovani attori, ma anche giovani esseri umani, ci affacciavamo.
In quel periodo mi sembrava che la creatività potesse essere un grimaldello con cui scardinare ciò che di retrivo, insensato e costrittivo vedevo intorno a me

A un certo punto dello spettacolo la vicenda personale diventa quasi una denuncia sociale. Chi sono, oggi, gli “ostaggi” della nostra società?
Sono le persone che non hanno soldi, e volutamente uso questa espressione terra terra. Parlo di persone che pur lavorando vengono pagate così poco da non farcela a mantenersi con quello che guadagnano. Ci sono oggi lavoratori – quelli che consegnano cibo e altre cose a casa per fare un esempio che è sotto gli occhi di tutti – che sono supersfruttati, ostaggi di un lavoro ingiusto con regole di fatto non legali, perché il loro bisogno di lavorare li rende deboli e ricattabili.
È incredibile e deprimente pensare, come giocando con le parole, definendo cioè questi, e altri lavoratori, come “autonomi” (mentre in realtà sono dipendenti, diretti e organizzati da altri) si sono fatti tremendi passi indietro rispetto ai diritti dei lavoratori conquistati con le battaglie combattute e vinte già negli anni ’70.

Se la donna di Hostages potesse uscire da quella stanza e parlare al mondo, quale sarebbe la prima frase che direbbe?
Forse direbbe la frase che ricorrentemente dice nello spettacolo: “So’ bella” che diventa metaforicamente l’affermazione del proprio valore, della propria dignità.
Il valore che ogni persona ha a prescindere dalla sua storia e dal suo stato sociale.

Pensa che il pubblico, uscendo dallo spettacolo, debba portare con sé una domanda più che una risposta?
Forse sì. Una domanda o meglio una riflessione su quanto spesso in questo mondo veloce, troppo veloce, tante persone rimangono indietro, tanta parte di noi rimane indietro.