di Sylvie Freddi
Le autorità israeliane hanno raso al suolo l’ex quartier generale dell’Unrwa, agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, a Gerusalemme Est. Bulldozer militari. Edifici distrutti. Attrezzature sequestrate. Bandiera israeliana issata tra le macerie.
Tel Aviv accusa i funzionari dell’agenzia di essere fiancheggiatori di Hamas e di aver partecipato al massacro del 7 ottobre, una giustificazione per cancellare chi rappresenta l’Onu in terra occupata.
Il ministro Ben Gvir sorride tra le rovine: “Oggi ogni nemico sarà cacciato”. Il vicesindaco Arieh King aggiunge: “O loro o noi. Li cacceremo da tutta la Terra d’Israele”. Il linguaggio è chiaro e violento.
Onu e Unrwa protestano e respingono con forza le accuse. Le macerie degli edifici sotto i bulldozer sono di loro proprietà, dovrebbero essere protetti da immunità. È l’Onu. È la legge. È ogni regola che dovrebbe proteggere i più vulnerabili.
Il commissario generale Philippe Lazzarini parla di “sfida deliberata al diritto internazionale”. António Guterres chiede il ripristino immediato del sito. Ma chi ascolta?
Intanto il governo di Israele se frega.
Questa demolizione non è simbolica, è politica. Il governo di Israele deve delegittimare l’Unrwa, distruggere il sistema di protezione dei rifugiati palestinesi. Deve mostrare che pur essendo membro dell’Onu, può colpire direttamente la stessa agenzia delle Nazioni Unite. Ancora una volta la legge internazionale viene impunemente calpestata.
Le condanne arrivano. Autorità palestinese. Arabia Saudita. Ma le parole scivolano via come acqua fresca e il resto del mondo continua a osservare impotente, con uno sguardo sempre più distratto.
E tra le macerie di questi ultimi anni resta la domanda: chi fermerà chi decide che la legge non vale nulla?
Foto di Rodolfo Quevenco da Pixabay
