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I social media, Sanremo e il resto del mondo

Negli ultimi mesi, le considerazioni sui social media hanno avuto la meglio su questioni ben più rilevanti. Quando Umberto Eco ne paventava l’uso, la riflessione sul fenomeno social era lontana da quello a cui siamo abituati oggi. Gli eventi che si rincorrono nella vita reale diventano altrettanti motivi per far emergere il pensiero di tutti, senza schermi ma con molti inganni.
Di per sé, questa modalità di comunicare ci appare come portatrice di libertà. Nel concreto offre però la stura ad una serie di esperimenti comunicativi poveri, poco aderenti alla realtà, pericolosissimi alla luce di una leggerezza narrativa e di un uso provocatorio e disonorante della comunicazione.

Appare chiaro che non si può minimizzare sulla pericolosità dell’uso senza filtri della comunicazione diretta, soprattutto se utilizzata per denigrare l’interlocutore. La comunicazione sui social ha liberalizzato anche la possibilità di far emergere i nostri istinti più beceri. D’altra parte, sempre più spesso, ci sentiamo di poter parlare con sussiego di qualsiasi tema o argomento anche senza averne competenza, su Internet come in contesti più tradizionali. Diventiamo regolarmente critici letterari, esperti musicali, specialisti sportivi e, sempre più spesso, strateghi militari, politologi, economisti di chiara fama.

Nella settimana sanremese, e oltre, siamo diventati, come ogni anno, tutti critici musicali.
Mi sovviene che sarebbe oltremodo bello scegliere di trascorrere il tempo libero divertendosi nelle prime battute delle cinque serate della kermesse musicale italiana più conosciuta al mondo, per poi, in genere, addormentarsi cullati dalla bella e competente orchestra del festival, non a causa della scarsa qualità della musica ma per il lungo tempo che ci viene richiesto per l’ascolto curioso delle canzoni, intrise di novità e pettegolezzo. Quelle stesse serate appaiono come un flusso inarrestabile di spinte per attirare l’attenzione, costruire confronti e scontri.

Il Festival di Sanremo dura troppo e succede spesso che, tornando stanchi dopo giornate piene e caotiche, fatichiamo a guardare la TV ma per la città dei fiori che ospita tanta musica, tutta in una volta, facciamo uno strappo alla regola. Il copione si ripete ogni anno, quasi uguale.
Intanto i gusti musicali cambiano e ci ritroviamo tra quelli che ascoltano molto i nuovi, anzi i nuovissimi modi dei giovani artisti di fare musica. Le polemiche che si susseguono sui social, sulla carta stampata, tra pareri più o meno colti, non ci fanno impazzire perché denotano l’incapacità degli esseri umani di leggere le trasformazioni culturali.

A riprova di quanto affermiamo, in questi giorni, sulla riviera ligure, gli stessi che hanno riscoperto e osannato Mango, grande genio musicale con una voce irripetibile, in vita non se lo filavano per nulla.
Ci siamo alternati tra quelli che attaccavano i testi rap/trap e l”Autotune e quelli che biasimavano i cantanti considerati obsoleti, dimenticando le folle di ragazzini ai concerti di Geolier e di tanti come lui (chi scrive non disdegna di ascoltare Capo Plaza e Lazza) ma anche la verve musicale che conservano i tanti sperimentati artisti veterani.
Ascoltando Ghali, Irama, Santi Francesi, Mamhood, proponiamo a noi stessi una lettura filologica che non avremo mai il tempo di fare; ci chiediamo, simultaneamente, dove trovi la forza espressiva e fisica la cantante sempre unica dei Ricchi e Poveri e ammiriamo la corsa contro il tempo di Loredana.

Quelli tra di noi convinti di sapere, raccontano il proprio punto di vista come se fosse l’unico, non disdegnando di dare senso alla memoria della propria esperienza  personale e del proprio vissuto: chi scrive, ad esempio, ripensa alla grande Mia Martini, rallegrandosi dell’ultima trovata della Berté e riconoscendosi a metà strada, tra la sua “Pazza” e la  “Mariposa”, della canzone della Mannoia, perché con meno fiacca da lavoro frustrante, riprova ad ascoltare le canzoni con il proprio metro, mentre si emoziona per Ghali che canta Cutugno e Alfa che duetta con Vecchioni.

Sanremo è finito, viva Sanremo e le polemiche che innesca, mentre non possiamo permettere che a decidere dei nostri gusti musicali siano le solite diatribe tra i grandi colossi della discografia.
Ma non accade così anche su altri versanti? Pensiamo, ad esempio, ai premi letterari e alle lotte fratricide tra case editrici.

Alcune canzoni le riascolteremo volentieri, altre meno perché a vincere davvero dovrebbe essere la libertà di scelta. E comunque, sempre sia “i p’ me tu p’ te”, alla salute dei puristi della lingua, ai venefici razzisti pronti ad attaccare chiunque e ai dinosauri della pseudo classicità violata.

E mentre scompare anche l’ultima luce di un festival che non sarà né il peggiore né il migliore della storia, in altri luoghi si combatte per questioni di rilevanza internazionale e tutti noi continuiamo a stare seduti su una polveriera, forse cantando per dissipare le paure.

Non dimentichiamo comunque che in questa edizione ha vinto più che la musica, la presenza scenica di una ragazzina dal nome antico che è scesa nell’arena per mangiarsi il mondo ma hanno anche vinto le facce amabili di altri ragazzi portatori della consapevolezza di vissuti complessi, nel tentativo, attraverso la musica, di lanciare messaggi di bellezza.
Non sottovalutiamo tutto questo e ci sarà ancora speranza!

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