Politica

DDL Calderoli ed equilibri della Costituzione

Il Ministro per le Regioni e per le Autonomie, il senatore Calderoli, del Governo Meloni (nato nell’ottobre 2022 a 100 anni dall’ affermazione della forza politica di governo che avrà il suo epilogo il 25 luglio del 1943) ha una sua precisa road map dal momento del suo insediamento, che dopo 16 mesi pare delinearsi nel suo puntare all’asimmetria dei rapporti politici e finanziari tra Stato e regioni e tra regioni “ricche” e regioni “povere”.

Il suo ddl ordinario è stato approvato al Senato a fine gennaio 2024, ed ora è in calendario la discussione e approvazione del testo (bloccato o emendabile?) alla Camera dei Deputati, dove è ampia la maggioranza parlamentare di destra-centro.

Ovviamente, se la Camera dei Deputati non apporterà emendamenti, il testo sarà legge prima dell’estate 2024 e soprattutto prima delle Elezioni europee dell’8 e 9 giugno prossimo, in cui Lega e FdI avranno un confronto “all’ultimo voto” in vista degli equilibri di governo, come “i trattori” e la loro protesta stanno dimostrando.

Sul tavolo della decisone, di certo, ci sono le tre pre-intese già firmate dal Governo Gentiloni (nel febbraio del 2018) con le tre ben note Regioni. 

Ci sono poi anche i passaggi istituzionali che includerebbero la determinazione (già prevista) e il finanziamento (al momento non previsto, ma la Svimez ha già con ampio anticipo fornito “il conto”) dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazione), su cui lavora una Cabina di regia prevista dalla legge finanziaria.

Sotto il tavolo della decisone ci sta invece il ddl di revisione costituzionale del Governo (ddl Meloni-Casellati) che è ancora ad uno stato di “bozza” sulla quale si è costruito un accordo di maggioranza tra FdI e Lega.

L’accordo integra un patto (“pactum sceleris” per alcuni) finora non esplicitato (né esplicitabile) per il quale il Premierato elettivo della destra nazionalista è presentato dalla stessa come una “riforma istituzionale” moderata e “soft” in grado di rafforzare il Governo senza stravolgere gli equilibri costituzionali, mentre l’autonomia differenziata della destra regional-territorialista è presentata dalla stessa come una riforma “amministrativa” moderata, garantita in tutti i suoi lenti passaggi e affatto hard (anzi il primo articolo del testo approvato in Senato la rende funzionale alla “coesione nazionale” in forza di un emendamento presentato da FdI).

Ovviamente nel gioco delle parti, FdI non parla troppo della riforma Calderoli e la Lega non parla troppo della riforma Meloni-Casellati (è una divisione dei compiti ben nota e visibile).

Chi critica il Premierato elettivo (definito “Melonato”) ritiene che tale riforma – in abbinata alla legge maggioritaria ‘costituzionalizzata’ – sia molto pericolosa per tutti gli equilibri costituzionali (per la divisione orizzontale del potere in primis, e per le garanzie) ed esprima la confusione mentale della maggioranza di destra in materia di forme di governo e di sistema costituzionale complessivo (la riforma in ipotesi produrrebbe dittatura elettiva, ovvero il caos).

Chi critica il testo Calderoli di attuazione dell’art. 116 della Costituzione ritiene invece che questo tipo di attuazione dell’autonomia differenziata non sia solo una riforma amministrativa moderata e garantita (in tutti i suoi passaggi applicativi), ma sia anzi una applicazione hard che velocemente apre le porte alle regioni ricche del Nord e a chi poi le volesse seguire con trattative bilaterali che richiamano il regionalismo competitivo e non il cd federalismo solidale e perequativo.

Le ragioni della contrarietà alle riforme sono due: una sulla riforme in sé, uti singoli, e di queste se ne possono trovare ampie tracce nelle posizioni di numerosi soggetti politici, attivisti e studiosi di politica e costituzione (un autore per tutti il costituzionalista Gaetano Azzariti editorialista sulla stampa nazionale e spesso intervistato sui mass-media): su questa testata si può vedere il nostro articolo “Autonomia regionale differenziata: grave danno per il Paese” del maggio 2023. 

Un’altra contestazione alle riforme si basa sul loro congiunto operare e sulla ratio politica che le ispira, per la quale lo Stato, la sua Finanza territoriale e la sua Amministrazione si possono anche destrutturare, ma poi viene a ‘reggere’ il potere sovrano dello Stato unitario un Capo Eletto che si occuperà in prima persona delle questioni ‘vitali’ della Nazione (chiamata ora “Patria”) che in lui si riconosce (le decisioni ultime sulla guerra, sulle tasse, sulle identità, sull’etica, ecc.). Nazione che in lui si riconosce politicamente, ma soprattutto organicamente in una sorta di simbiosi Capo-Popolo di natura sud-americama, “salvadoregna”, se non classicamente sovranista.

I cittadini italiani che in questi giorni stanno stimolando i loro amministratori e i loro rappresentanti a contrastare, soprattutto al Sud, ciascuna delle due riforme o tutte e due (e non sono pochi!), da oggi in poi dovrebbero guardare in faccia il problema e capire che le argomentazioni di contrarietà del secondo tipo sono molto pesanti (e concrete) e devono mobilitare come e di più rispetto alle argomentazioni del primo tipo.

In altri termini, non sono solo in questione e “in pericolo” la scuola pubblica, i servizi di trasporto, la tutela della natura, la sanità o le infrastrutture stradali nelle aree fragili e povere del paese, ma è in discussione e in grave pericolo lo stato delle libertà costituzionali e delle garanzie di cui gode il corpo della Nazione e cioè i suoi cittadini e le sue cittadine. 

Il pericolo della doppia riforma, “a forbice”, riguarda la condizione di cittadinanza concreta nei suoi risvolti sociali e politici di cittadinanza uguale, effettiva e certa (certezza del diritto): uguaglianza tra i territori (inter-territoriale) ma anche tra le generazioni (inter-generazionale).

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