Società

Di lavoro si muore

Nel 2022, in Italia, 1090 sono stati i lavoratori e le lavoratrici che hanno perso la vita mentre svolgevano le loro mansioni: vittime della leggerezza, della superficialità, del precariato, dello sfruttamento, dell’imperante logica del profitto, dei risultati, dei numeri.
Di lavoro si muore.
Uccide l’eccesso. Il termine giapponese Karoshi indica la morte causata dal troppo lavoro: ci si può schiantare perché lo stress induce gravi problemi cardiovascolari; ci si può suicidare perché travolti dalla depressione.
Di lavoro ci si ammala.

Un ambiente professionale fisicamente malsano (esposizione ad agenti chimici, agenti biologici, radiazioni, vibrazioni, fonti rumorose) può determinare innumerevoli patologie.
Esiste anche lo stress lavoro-correlato causato da eccessivo carico di responsabilità, richieste smisurate, molestie psicologiche e/o sessuali, mancanza di chiarezza sui ruoli, comunicazione inefficace, carenza di supporto da parte dei colleghi o dei superiori.
Sproporzione, squilibrio, divario, instabilità, incertezza sembrano essere le categorie atte a comprendere la variegata realtà lavorativa mondiale: troppo e male o niente appaiono come le condizioni lavorative estreme entro le quali barcamenarsi.

Molte professioni, da qui a un tempo considerevolmente breve, sono destinate a essere soppiantate dalle automazioni, ne deriverà un’abbondanza di tempo libero per il quale gli individui non sembrano ancora esser pronti.
Questo è il tema su cui verte After work, acuto e profondo documentario, diretto da Erik Gandini, in cui si tenta di immaginare uno scenario post- lavoro, in cui gli individui non saranno più essenziali per svolgere la maggior parte delle attività.
Il regista, che ha diretto, tra l’altro, l’eccellente Videocracy nel 2009, prova “A considerare il lavoro non come una necessità, ma come una realtà spesso negativa, una costrizione da cui facciamo fatica a liberarci”. Il documentario è ambientato in Italia, Kuwait, Corea del Sud, Stati Uniti: luoghi lontani geograficamente e culturalmente, con un diverso approccio al lavoro.

Corea del Sud: un uomo, non più giovanissimo, fissa lo schermo di un PC; la sua giornata lavorativa supera le 14 ore, si alza all’alba, rientra a notte fonda: una vita immolata alla professione. In Corea del Sud il Governo è stato costretto a lanciare una compagna di riduzione delle ore lavorative in considerazione dell’altissimo numero di patologie e di suicidi. Per convincere i dipendenti a rincasare prima di notte è stato introdotto un sistema automatico di spegnimento dei computer alle 18.

Kuwait: l’altissimo PIL del paese garantisce a un numero elevato di cittadini impieghi di facciata, sono pagati per non far niente, mentre i migranti sono sottoposti a un regime di sfruttamento e maltrattamento che rasenta la schiavitù.

Stati Uniti: nel 2022 il 55% degli Americani ha rinunciato alle ferie pagate perché riteneva di non potersi assentare dal lavoro. Una filosofa dell’Università del Michigan evidenzia come l’attaccamento al lavoro sia una vera e propria forma di dipendenza e come dall’etica calvinista sia derivato il senso di colpa dinanzi al tempo non speso in attività lavorative.

Italia: un ricco ereditiere si vanta del fatto di occuparsi personalmente del parco della sua villa come giardiniere. Un’agiata donna si vanta di impiegare tutto il suo tempo in modo appagante, non annoiandosi mai.

Essere remunerati per non fare nulla, essere sfruttati, ammalarsi e morire di lavoro.
Forse la semplicistica soluzione sarebbe avere un’occupazione a cui sia riconosciuto un salario equo e adeguato, da svolgere in sicurezza, in un ambiente sereno, sano fisicamente ed eticamente, con molto più tempo libero a disposizione, all’insegna di equilibrio, armonia, collaborazione.