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La Resistenza fu anche donna


35.000 furono le donne che imbracciarono il fucile per liberare il nostro paese dal nazifascismo.
Di queste, circa 4.500 furono arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 3.000 deportate in Germania e 600, di cui molte ragazze, madri, sorelle, mogli, figlie, furono fucilate o impiccate, morendo con la parola libertà stretta tra i denti. In totale furono 70.000 le donne che combatterono e si adoperarono per liberare il nostro Paese, non solo dalla dittatura, in quanto contribuirono a liberarlo anche da un pensiero retrogrado che poneva le donne al margine, relegandole ad una condizione di subalternità, nella migliore delle ipotesi come creature fragili da proteggere.
Mentre le donne lottarono doppiamente per essere riconosciute, anche, come persone capaci di sostenere e affiancare il regno maschile.

Fondamentale alla resistenza furono la loro clandestina propaganda antifascista, le loro staffette per portare messaggi, viveri e medicine ai partigiani. Nascondendo, accudendo e proteggendo quello in cui credevano, conquistarono anche la loro libertà. Nelle loro borse non portavano solo pane, verdura e frutta, ma informazioni necessarie alle azioni partigiane; disarmate passavano davanti ai soldati nazisti, che vedendo in loro solo delle povere donne indifese, non sospettavano niente.
La loro fragilità divenne la loro più grande forza, e con i loro esili corpi si opposero ad un regime malsano e oppressivo.

Però, a guardare la Storia, la partecipazione delle donne alla Resistenza fu, troppo spesso, taciuta e anche un po’ ignorata. Fatto probabilmente voluto, calcolato, programmato. “La donna deve stare a casa ad accudire figli e marito”, pensiero stereotipato dei tempi in cui tutto era maschio e, soprattutto, la guerra era la più alta prerogativa maschile, in cui l’ego veniva sfamato.

Le partigiane, invece, seppero conquistarsi il loro posto nelle milizie ed accrescere il coraggio degli uomini con l’esempio, la dedizione, la fierezza e la scelta di affrontare un nemico crudele e spietato. Lottarono per sé stesse, per i loro figli e le loro figlie. Ma anche per i loro uomini, per i loro ideali, per il loro Paese e, non ultimo, per l’adesione al principio generale di libertà, intrecciato al desiderio di parità con l’uomo. In uno dei periodi più bui della storia le donne iniziarono a scoprire il loro valore e le loro capacità, che andavano ben al di là di quello che sempre gli avevano imposto.

Oggi viviamo in un mondo in cui molte donne sono libere di fare quello che vogliono, di intraprendere il percorso più favorevole alle proprie ambizioni e alle proprie aspettative. Qualcuno obietterà che forse, ancora e dopo tutto, la donna non è libera abbastanza. Probabilmente per tanti aspetti avrà ragione. Però, se ci guardiamo attorno, la Presidente del Consiglio è donna, la leader del più grande partito dell’opposizione è donna. Ovvero le donne, nella società attuale, ricoprono sempre più spesso ruoli apicali e di responsabilità. Ruoli, incarichi, mansioni, funzioni, posti che – in genere e nel genere (scusate il gioco di parole) prima erano pensati solo maschile e, nel tempo, si è scoperto che possono essere pensati – e praticati – anche al femminile. Come la Resistenza!