Mondo

La Palestina, terra nullius

di Sylvie freddi


“C’era una Nazione che promise a un’altra Nazione la terra di una terza Nazione”
Le parole dello scrittore ebreo Arthur Koestler descrivono efficacemente l’atto politico
all’origine della sanguinosa questione palestinese.
Per comprendere da dove viene il concetto che sta alla base di questo atto politico, che ha
trattato la Palestina come una terra disponibile all’insediamento e alla conquista nonostante
la presenza di una popolazione autoctona, è necessario tornare alle pratiche coloniali
europee del XIX secolo e alla logica della terra nullius.
Nel passato il concetto giuridico di terra nullius indicava un territorio privo di un’autorità
sovrana riconosciuta, abitato da culture considerate inferiori a quella occidentale. Durante la
colonizzazione dell’Africa, le potenze europee applicarono questo concetto in modo
strumentale facilitando l’occupazione e l’annessione dei territori. Stati, regni e società
africane non furono considerati soggetti politici legittimi secondo i criteri occidentali
permettendo così la colonizzazione dell’intero continente.
Il momento simbolo di questa logica fu la Conferenza di Berlino del 1884, convocata dal
cancelliere tedesco Otto von Bismarck. Gran Bretagna, Francia, Germania, Portogallo,
Belgio, Spagna e le altre potenze coloniali si divisero il continente africano senza la
presenza di alcun rappresentante africano. I confini furono tracciati sulle carte geografiche
ignorando popoli, culture e identità storiche.
Nel 1918, in seguito alla sconfitta della prima guerra mondiale, l’impero ottomano crolla e il
Medio Oriente diventa nuovo territorio di conquista.
Già nel 1916 con l’accordo segreto Sykes-Picot, Regno Unito e Francia ne definiscono le
proprie sfere di influenza: basso Iraq e in generale tutti i territori arabi del sud della
Mezzaluna fertile, dalla Palestina al Golfo Persico, ceduti alla Gran Bretagna; mentre alla
Francia veniva riconosciuto il dominio sulla Siria e sul Libano sino a Mosul.
Pochi anni dopo, con l’accordo di Sèvres si sancisce ufficialmente il potere coloniale
inglese della Palestina, territorio ritenuto strategico per il controllo delle rotte imperiali e del
canale di Suez.
È in questo contesto che si inserisce il sostegno britannico al movimento sionista: nei primi
del Novecento, il governo britannico appoggia strategicamente il movimento sionista per un
ritorno degli ebrei in Palestina progettando così di espandere l’influenza imperiale in Medio
Oriente.
Inoltre, lo scoppio della Prima guerra mondiale rese queste considerazioni ancora più
importanti. Infatti, nel 1917 la Russia travolta dalla crisi politica e sociale e la Rivoluzione
bolscevica facevano temere al governo britannico l’uscita di Mosca dal conflitto contro la
Germania.
Il governo di David Lloyd George allora ritenne utile conquistare il sostegno dell’opinione
pubblica ebraica internazionale, compresa quella russa, con una dichiarazione che si
inserisce pienamente nella strategia imperiale coloniale britannica. La dichiarazione
Balfour fu destinata a segnare il futuro sanguinoso del Medio Oriente.
Il 2 novembre 1917, il ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour, in una lettera
indirizzata a Lord Rothschild, affermò che il governo di Sua Maestà guardava con favore
“l’insediamento in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico e applicherà
tutti i suoi sforzi per facilitare il conseguimento di questo obbiettivo”, precisando tuttavia
che nulla avrebbe dovuto pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche
già presenti nel territorio.
Per la prima volta una grande potenza europea riconosceva ufficialmente le aspirazioni del
movimento sionista, offrendo al suo progetto una fondamentale legittimazione.
Progetto che era formalmente nato nel 1896 con la pubblicazione de Lo Stato ebraico di
Theodor Herzl e sviluppatosi in seguito alle persecuzioni e all’antisemitismo che colpirono
ebrei in Europa, soprattutto nell’Europa orientale.
All’inizio del Novecento la popolazione ebraica in Palestina rappresentava circa l’8% degli
abitanti del territorio. L’insediamento crescente fu accompagnato da un dibattito interno allo
stesso movimento sionista.
Ahad Ha’am, intellettuale ebreo considerato il portavoce del sionismo spirituale,
contrapposto al sionismo politico, mise in guardia contro i rischi di un approccio coloniale
e denunciò i rapporti sempre più conflittuali con la popolazione araba locale: Che cosa sta
facendo la nostra gente in Palestina, erano servi delle terre della diaspora e d’improvviso si
trovano con una libertà senza limiti e questo cambiamento ha risvegliato in loro
un’inclinazione al despotismo e si trattano gli arabi con ostilità e crudeltà gli si negano i
diritti, vengono offesi senza motivo e persino si vantano di questi atti e nessuno fra di noi si
oppongono a queste tendenze ignobili e pericolose.
Ovviamente la svolta politica arrivò con la Dichiarazione Balfour. Il documento rispondeva
agli interessi strategici dell’Impero britannico, ma avrebbe assunto per il movimento
sionista il valore di una fondamentale legittimazione internazionale, la pietra di fondazione
diplomatica dello stato di Israele.
Ma la dichiarazione contiene una contraddizione destinata a segnare la storia della regione.
Il testo prometteva un “focolare nazionale” in una terra già abitata da una popolazione araba
palestinese che non era stata consultata. Centinaia di migliaia di arabi palestinesi vivevano
in quel territorio, coltivavano la terra, possedevano città, villaggi e istituzioni sociali.
Eppure, nella prospettiva di molti dirigenti sionisti e delle potenze coloniali, le aspirazioni
nazionali della popolazione araba non vennero considerate rispetto al progetto di
costruzione di uno Stato ebraico.
È qui che interviene la logica colonialista della terra nullius. Non nel senso giuridico stretto
del termine, ma come atteggiamento politico e ideologico che è ancora insito nelle decisioni
politiche del governo di Israele: la tendenza a considerare irrilevante l’esistenza di una
popolazione autoctona già insediata sul territorio.
Una visione che contribuì e continua a
contribuire ad alimentare tensioni, conflitti e violenze che negli ultimi anni sono sfociati in
un vero e proprio genocidio ai danni della popolazione palestinese.
Nel corso dei decenni, numerose dichiarazioni di esponenti politici israeliani hanno
alimentato il dibattito sul rapporto tra sionismo, colonizzazione e diritti dei palestinesi.
Alcune di esse sono diventate simboli della negazione dell’identità nazionale palestinese,
come la celebre affermazione attribuita a Golda Meir secondo cui “non esiste una cosa
come il popolo palestinese”.
Altre, al contrario, hanno riconosciuto la contraddizione morale insita nella nascita dello
Stato di Israele in una terra già abitata, come l’ex primo ministro israeliano Shimon Peres
che definì la questione palestinese il “peccato originale” di Israele. Riconobbe così la
contraddizione morale e politica insita nella nascita di uno Stato ebraico in un territorio già
abitato da un’altra popolazione e indicando nella soluzione dei due Stati l’unica prospettiva
per una pace duratura.
Un’intervista del 1984 di Gad Lerner a Primo Levi:

Un’intervista del 1984 di Gad Lerner a Primo Levi:

– Cosa la preoccupa, allora? Forse l’ascesa del rabbino Meir Kahane (rabbino estremista
oggi alleato politico di Netanyahu), quello che propugna l’espulsione dell’intera
popolazione araba dalla Terra Promessa, quello che s’è fatto propaganda con uno spot
televisivo in cui si vedono fiotti di sangue colare su una pietra di marmo?

-Kahane è solo una scheggia impazzita, ne sono convinto. Se non sopraggiungono nuovi
traumi, la sua forza politica è destinata a estinguersi. Mi si potrebbe obiettare: anche Hitler
nel ’23 era solo una scheggia impazzita. Rispondo che a nessuno è dato prevedere il futuro,
ma non vedo Israele sulla strada del fanatismo di Kahane. Andiamo, non è razzismo
affermare che gli ebrei non sono tedeschi! Un paese per diventare razzista deve essere
compatto, tendere a farsi blocco massiccio, uniforme, manovrabile (…).

Foto di abdulla alyaqoob da Pixabay