di Sylvie Freddi
Gli Emirati Arabi Uniti hanno appena annunciato la loro uscita dall’OPEC, vogliono produrre di più senza i limiti imposti dal cartello.
L’ordine petrolifero è stato costituito nel 1960 dai paesi produttori di petrolio, Iran, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela, a cui si sono aggiunti nel tempo altri paesi. L’OPEC è un cartello dove i membri decidono quanto petrolio immettere sul mercato così da influenzarne il prezzo e in parte l’economia globale.
In realtà è sempre stata l’Arabia Saudita, la maggior produttrice, a dettare la linea. Ma oggi le tensioni interne e la guerra stanno spostando il baricentro.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo da cui transita una quota cruciale del greggio mondiale, ha paralizzato il mercato. Le petroliere sono ferme, i carichi bloccati e i prezzi fuori controllo.
Anche se il petrolio non riesce a essere esportato, continua però a essere estratto perché i pozzi non si possono spegnere facilmente. Il risultato è un paradosso logistico, con il greggio accumulato e le navi trasformate in depositi galleggianti.
In questo momento storico l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC è un punto di rottura. Non è il primo segnale, negli anni anche Qatar, Angola e altri Paesi hanno lasciato (o sospeso) la loro partecipazione. Ma questa volta è diverso. Abu Dhabi è un attore centrale, con un enorme vantaggio strategico: un oleodotto che aggira lo stretto di Hormuz. Quindi gli Emirati possono vendere il petrolio mentre altri paesi restano bloccati.
Se l’OPEC continuasse a indebolirsi, i prezzi non più coordinati potrebbero crollare e sotto i 70 dollari al barile metterebbero in crisi i bilanci dei Paesi produttori. Ma, nel breve periodo, la scarsità di petrolio esportato dovuta alla guerra continua a spingere i prezzi verso l’alto.
L’Italia e l’Europa tutta ha scorte di petrolio limitate, una ventina di giorni e questa forte instabilità porta per noi, una energia più cara, il rischio di un’inflazione alle stelle e mercati finanziari fuori controllo.
C’è poi un paradosso più profondo, descritto dal cosiddetto “green paradox”: se il mondo accelera sulla transizione energetica, i Paesi produttori hanno un incentivo a estrarre e vendere il più possibile finché il petrolio vale. Non meno, ma più produzione.
Il risultato è un sistema che si muove in direzioni opposte: guerra che riduce l’offerta, produttori che vogliono aumentarla, e antiche alleanze che si sfaldano.
Non è solo una crisi energetica, è la fine di un equilibrio economico e politico.
Nel caos di questa guerra il medio oriente si sta riorganizzando con nuove strategie di alleanze geopolitiche, Egitto, Turchia con Pakistan da una parte e Emirati Arabi, Israele con India dall’altra.
Impossibile fare pronostici, la storia ci ha sempre colti di sorpresa.
