Mondo

Gaza, gli aquiloni che non si possono più alzare

di Pippo Gallelli

C’è un’immagine che attraversa ogni infanzia, in ogni angolo del mondo: un bambino che corre su un pezzo di terra, un filo teso tra la mano e il cielo, un rombo di carta che si impunta contro il vento finché non trova la corrente giusta e sale. È un gesto povero, quasi primitivo, che non ha bisogno di nulla se non di aria e di un pezzo di stoffa. A Gaza, oggi, anche questo gesto è diventato un rischio da disinnescare.

I comitati popolari della Striscia — le voci di chi, tra macerie e assedio, prova ancora a organizzare il quotidiano — hanno chiesto ai genitori di fermare i figli. Non un divieto imposto dall’alto, ma una supplica coordinata, nata dal basso, per proteggere vite già private di quasi tutto il resto. Colpisce la formula usata nel loro comunicato: non vogliono “limitare l’infanzia” di bambini che, dicono loro stessi, “sono già stati privati dei diritti più elementari di giocare e vivere in sicurezza”. È una frase che pesa più di un bollettino di guerra, perché ammette, tra le righe, che l’infanzia a Gaza è già un territorio sottratto, e che ora bisogna sottrarre anche l’ultimo lembo che ne restava: il cielo sopra la propria testa.

Perché un aquilone, in questo autunno di minacce e ritorsioni, non è più solo un giocattolo. È diventato un segno, un possibile pretesto, una linea che qualcuno — dall’altra parte del confine — ha deciso di sorvegliare come si sorveglia un’arma. Il ministro della Difesa israeliano ha parlato di “tolleranza zero”, ha promesso “azioni energiche”. Parole che arrivano da lontano, da un’aria condizionata di un ufficio, e che ricadono su un bambino con un filo in mano.

C’è una memoria che si affaccia inevitabilmente su questa storia: il 2018, quando aquiloni e palloncini incendiari attraversarono il confine come forma di protesta contro il blocco, bruciando campi ed ettari di terra. Quella era una scelta, un atto — controverso, discusso, condannabile o comprensibile a seconda di dove si guarda la linea del confine. Oggi la vicenda sembra diversa, più fragile, più ambigua: un funzionario israeliano parla di una regia di Hamas che spingerebbe la popolazione a far volare gli aquiloni per provocare; un funzionario di Hamas replica accusando Israele di costruire pretesti per continuare la guerra. In mezzo, come sempre, restano i bambini — quelli a cui i comitati chiedono di rinunciare persino a questo.

È qui che la cronaca smette di essere solo cronaca e diventa, suo malgrado, una domanda più grande. Che cosa resta dell’infanzia quando anche il cielo diventa un fronte? Un aquilone che sale non porta esplosivi, non porta armi: porta soltanto il desiderio elementare di vedere qualcosa staccarsi da terra, sfuggire per un istante alla gravità di un luogo che di gravità — nel senso più cupo della parola — ne ha già fin troppa. E se anche questo diventa un rischio da fermare, vuol dire che la guerra non si combatte più solo con i missili, ma anche contro i gesti più innocui, quelli che dovrebbero essere l’ultimo rifugio di normalità in mezzo alla distruzione.

Non spetta a chi scrive stabilire chi abbia ragione nella disputa politica e militare, se ci sia regia dietro i lanci o se davvero si tratti — come sostiene Hamas — di un pretesto costruito a tavolino. Ma resta, sullo sfondo di ogni bollettino diplomatico e di ogni comunicato ufficiale, quell’immagine semplice e definitiva: genitori che, per proteggere i figli, sono costretti a chiedere loro di non alzare più gli occhi al cielo. E un aquilone, fatto di canna e di carta leggera, che diventa il simbolo di quanto sia diventato pericoloso, a Gaza, anche solo il tentativo di giocare.