di Luciana Gravina
Il concetto di “sospensione”, esplorato da Pasquale Martucci nel suo ultimo lavoro Sentieri Sospesi, non è una suggestione geografica legata alle aree interne del Cilento, ma si fa paradigma della condizione italiana contemporanea. Non sono solo i sentieri fisici a interrompersi nel vuoto delle colline abbandonate, sono i percorsi esistenziali di un’intera generazione a trovarsi in uno stato di stasi, tra il “non più” di certezze ideologiche tramontate e il “non ancora” di un futuro che tarda a farsi visione.
Lo spopolamento e la fuga dei cervelli non sono semplici dati statistici, ma le ferite visibili di questa sospensione. Quando i giovani abbandonano i territori, non fuggono solo dalla mancanza di infrastrutture, ma da una “via già tracciata” che si è spezzata. Siamo di fronte a un’umanità che vive in un presente assoluto, priva di bussole, dove il dubbio è diventato lo status ordinario.
Tuttavia, la sospensione non deve essere letta solo come paralisi. Se le vie precostituite sono venute meno, si apre lo spazio — faticoso ma necessario — della liberazione. Abitare la sospensione significa imparare a camminare nell’insicurezza senza farsi travolgere dal nichilismo. È la necessità di attivare nuovi atteggiamenti: trasformare il vuoto in attesa creativa e il dubbio in uno strumento di indagine della verità.
Partendo dalle riflessioni nate attorno al libro di Martucci, vorrei lanciare un’utopia: indagare come la condizione di “vita sospesa” possa diventare il punto di partenza per una nuova narrazione dell’Italia: non più un Paese che attende passivamente una direzione, ma una comunità che impara a tracciare sentieri laddove oggi vede solo interruzioni.
Leggere Sentieri sospesi di Pasquale Martucci ha significato per me, innanzitutto, pormi in una condizione di ascolto poetico, perché il titolo stesso evoca una dimensione dell’essere che sfida il principio di non contraddizione: il sentiero è lì, tracciato nella pietra e nella storia, eppure è sospeso, sottratto alla gravità della logica funzionale. Non è un procedere irrazionale, ma un sostare in quella ‘terra di mezzo’ dove il paesaggio diventa riflesso dell’anima e l’oggetto quotidiano, svuotato dal suo uso, attende di essere riconsacrato dalla parola.
Pasquale Martucci è un sociologo che studia con profonda sensibilità il suo territorio, il Cilento, e il modo in cui le comunità affrontano la modernità. Questo libro in particolare è portatore di quello sguardo a un futuro possibile di una terra che, pur in un’apparente incapacità/impossibilità di sviluppo, conserva nel suo grembo una complessità culturale, umana e intellettuale che rappresenta un potenziale da individuare e da usare come propellente di sviluppo. Ma per attivare questo propellente, dobbiamo prima capire la natura del blocco che viviamo, quella condizione che si può definire di ‘Vite Sospese’.
In effetti, il lavoro di Pasquale Martucci ci costringe a uno sforzo di visione: superare l’immagine stereotipata di un Cilento arroccato nel suo passato, per scoprirne la “complessità generativa”. Martucci non si limita a descrivere, ma decodifica i segni di una resistenza culturale che si fa progetto.
In questo senso, il libro diventa un indicatore per orientarsi nel delicato equilibrio tra identità e modernità.
La tesi centrale, che emerge con forza, è che lo sviluppo di questo territorio non debba passare per un’omologazione ai modelli urbani, ma per la valorizzazione di quel “potenziale inespresso” fatto di legami umani, saperi antichi e una rinnovata consapevolezza intellettuale.
Martucci ci invita a guardare al futuro non come a una minaccia che cancella le radici, ma come a uno spazio in cui quelle stesse radici, se ben nutrite di pensiero, possono dar vita a nuove forme di cittadinanza e di economia civile.
Il titolo, Sentieri sospesi, agisce anche, e forse soprattutto, come una provocazione intellettuale. É già una chiave di lettura dello sguardo più complesso dell’autore rispetto ai precedenti lavori, perché suggerisce che siamo in bilico tra un passato che svanisce (la memoria) e un futuro incerto (le prospettive).
Il sentiero, per sua natura, è una traccia che connette, un segno del passaggio umano che indica una direzione. Ma cosa accade quando questo sentiero rimane “sospeso”?
La sospensione evocata da Martucci non è un’inerzia, né un’incapacità di procedere. È piuttosto lo stato di un territorio che si trova in un “limbo fecondo”: tra ciò che è stato e ciò che non è ancora diventato. È la condizione di chi ha smesso di seguire i vecchi tracciati dell’emigrazione o della rassegnazione, ma non ha ancora consolidato le nuove vie dello sviluppo.
Dobbiamo guardare a questa “sospensione” non come a un limite, ma come a un’opportunità di scelta consapevole. Un sentiero sospeso è un invito a fermarsi, a riflettere sulla direzione da prendere prima di compiere il passo successivo. È un monito contro la fretta di chi vorrebbe “modernizzare” il Cilento asfaltando la sua identità; è la proposta di un cammino che resti fedele alla morfologia del luogo, ma che sappia elevarsi, offrendo una vista più ampia sul futuro.
Come è chiarito fin dal prologo, la “sospensione” dei sentieri cilentani non è un vuoto passivo, ma una “apertura beante di significati” in cui l’uomo moderno si trova a errare. È quel confine sottile dove il reale irrompe nel nostro immaginario, lacerando il legame ancestrale che un tempo teneva unita la comunità.
Martucci ci avverte: lo scollamento tra l’architettura sacra, i lacerti del mondo rurale e la nostra vita quotidiana rischia di trasformare il Cilento in un “presepe” senza anima. La sfida che il titolo lancia è proprio questa: superare la semplice estetica del paesaggio per recuperare una “immaginazione attiva”. I sentieri sono sospesi perché è venuta a mancare quella religio — nel senso profondo di legame — capace di dare senso al “noi” della comunità
In quest’ottica, la “sospensione” di cui parla Martucci smette di essere una condizione puramente geografica o sociologica per farsi “paradigma dell’uomo moderno”. Noi siamo l’umanità dei sentieri sospesi: abbiamo smarrito le certezze preconfezionate dei secoli scorsi, le grandi narrazioni ideologiche e le sicurezze della tradizione che tracciavano la via prima ancora che iniziassimo a camminare.
Vivere in sospensione significa accettare la ricerca esistenziale come unico modo di abitare il mondo. In questa ottica il “dubbio” non deve essere vissuto come un limite o come una paralisi, ma come uno status necessario e, soprattutto, come uno strumento di indagine della verità. Non è il dubbio scettico, ma il dubbio cartesiano costruttivo.
In un mondo che ci vorrebbe spettatori passivi di percorsi già tracciati dal consumo o dalla tecnica, il sentiero sospeso ci costringe a riappropriarci della nostra capacità di scegliere. Il dubbio diventa allora la nostra bussola: è attraverso l’incertezza che impariamo a saggiare il terreno, a cercare la “via”, non perché qualcuno ce l’abbia indicata, ma perché l’abbiamo faticosamente riconosciuta nel groviglio del presente.
La sospensione è il luogo dove la libertà dell’uomo moderno incontra la sua responsabilità.
La “sospensione delle nostre vite” è quella sensazione di vivere in un eterno presente dove non si riesce più a programmare il futuro. Il prof Galimberti, uno dei nostri filosofi più attenti alla condizione dei giovani, interpellato da Augias un paio di settimane fa in un programma televisivo, sosteneva che la mancanza di visione dei giovani di oggi non deriva da una crisi come quella esistenziale della generazione passata. È frutto della “non visione” tecnologica: il selfi è un presente senza futuro perché è seguito subito da un altro e poi da un altro che annienta il precedente, così come i messaggi, i video e tutto ciò che è visione, perché la storia è percepita non come lettura, ma come visione, e la visione è rapida. Il “selfie” o il video veloce annientano il “prima” e il “dopo”. Se il mondo è solo ciò che vedo ora, non posso progettare. Questa è la vera “vita sospesa”: un galleggiamento in un presente che non mette radici e non produce frutti. Nel Cilento di cui scrive Martucci, questa sospensione rischia di diventare una paralisi per le nuove generazioni. Così come Biun Chun Lan, il filosofo coreano che io seguo, e che Martucci ha opportunamente citato, nel saggio La crisi della narrazione, sostiene che la narrazione non ha più senso perché la tecnologia ci fa vivere in un presente permanente: se la tecnologia ci costringe in un “presente permanente”, la narrazione (che è il sentiero, il cammino che unisce i punti) si spezza. E allora questo presente “sospeso” è la chiave di volta: è un sentiero che si interrompe nel vuoto perché non c’è più una storia collettiva che lo sostenga.
È proprio questo sentiero che la Storia al momento ci impone di affrontare con consapevolezza e i giovani ne hanno paura. Forse non soltanto i giovani.
Martucci parla di “prospettive territoriali”. La precarietà si combatte con la “restanza” (il restare con cognizione). Le vite non sono più sospese se ricominciano a tessere relazioni con il territorio.
Analizzare le incertezze delle nostre vite precarie significa allora smettere di aver paura del vuoto e iniziare a guardare alla sospensione come a una “postazione di vedetta”. Da qui, possiamo lanciare uno sguardo che non è più smarrito, ma consapevole. Perché solo chi accetta la sfida del vuoto può scorgere, tra le pieghe del tempo che scorre, la direzione di un nuovo sentiero, finalmente non più soltanto sospeso, ma coraggiosamente intrapreso.
Questo libro io lo percepisco come una provocazione a fare un passo avanti, il passo necessario perché, anche in una terra dove la lamentazione ancora frena il progresso, si cominci a prendere coscienza dell’assenza di prospettive come contenuto sistemico del nostro tempo a cui rispondere con scelte mirate, accrescendo le occasioni di cultura, scegliendo con lungimiranza di restare e di non scappare. Luciana Gravina
