di Luca Branda
Il 25 aprile non è solo memoria. È una domanda.
Cosa significa, oggi, essere liberi?
Nel 1945 i partigiani liberarono l’Italia dal nazifascismo. Finiva una dittatura che aveva cancellato diritti, imposto paura, costruito consenso sulla propaganda e sull’esclusione: l’ebreo, il dissidente, il diverso.
Non è storia lontana. È il punto da cui nasce la nostra democrazia.
“Il fascismo non è un’opinione, è un crimine.” Non è uno slogan: è il verdetto della storia. L’antifascismo non è una posizione tra le altre. È la base su cui poggia la Costituzione. Libertà, uguaglianza, dignità non sono parole astratte: sono la risposta a ciò che è stato.
Primo Levi lo ha detto con chiarezza: è accaduto, può accadere di nuovo. Il fascismo non arriva all’improvviso. Cresce piano. Nell’indifferenza. Nel linguaggio che disumanizza. Nella ricerca di un nemico.
Succede ogni volta che una minoranza diventa un pericolo da additare. Ogni volta che chi informa viene delegittimato. Ogni volta che la complessità viene ridotta a odio semplice.
Oggi non servono piazze oceaniche. Bastano gli algoritmi.
I social amplificano rabbia, semplificano, dividono.
Le fake news non sono errori: sono strumenti. Una bugia che corre veloce vale più di una verità che arriva tardi. E spesso resta.
Le nuove camicie nere non marciano. Postano, commentano, organizzano. Cambia la forma, non la sostanza: odio, paura, culto del capo.
La democrazia ha un punto debole: la sua apertura. Può essere usata contro sé stessa. Lo aveva intuito Hannah Arendt: tollerare tutto significa esporsi anche a chi vuole distruggere le regole del gioco.
Intanto, le bolle digitali fanno il resto. Ognuno chiuso nel proprio mondo, sempre più convinto, sempre meno disposto ad ascoltare. Così l’avversario diventa nemico.
E allora il 25 aprile non è una ricorrenza. È una scelta.
Significa verificare prima di condividere. Dubitare. Informarsi.
Difendere le istituzioni anche quando non ci piacciono.
Rifiutare chi promette ordine in cambio di meno libertà.
La Resistenza non fu eroismo isolato. Fu una decisione collettiva. Persone comuni che scelsero di rischiare per qualcosa di più grande.
Oggi tocca a noi.
Resistere significa non cedere alla superficialità, non confondere tutto, non smettere di distinguere il vero dal falso.
Nella mia militanza antifascista ho avuto l’onore di incontrare personalmente molti Partigiani, Armando Cossutta, Massimo Rendina, Rosario Bentivegna, Ferdinando De Leoni e tanti altri. Da tutti ho ricevuto lo stesso insegnamento: la democrazia non si eredita. Si pratica, ogni giorno. Ora e sempre, Resistenza.

In questa foto sono assieme a Gianfranco Pagliarulo Presidente Nazionale Anpi, Rosario Bentivegna, “il partigiano di via Rasella” e a Rosita Paradiso, Dirigente scolastico Cosenza.

In questa foto sono con il Partigiano Ferdinando De Leoni
Nella foto copertina sono con Ferdinando De Leoni e Vincenzo Calò Segreteria Nazionale Anpi
