Società

Auguri Roma, città eterna che non chiede di essere capita

di Pippo Gallelli

Ho vissuto a Roma per qualche anno. E vi dico una cosa: non ci si abitua mai davvero. Non nel senso che stupisce sempre — quello lo fa qualsiasi città bella — ma nel senso che Roma ti entra dentro in un modo che non riesci bene a spiegare, e quando te ne vai ti lascia una specie di nostalgia sorda.

Non è la nostalgia delle vacanze, quella leggera e fotogenica. È qualcosa di più ostinato. Una città che si è installata da qualche parte dentro di te e non ha nessuna intenzione di sgomberare.

Parlo di Roma perché oggi compie gli anni. E lo fa come sa fare solo lei — travolgendoti, senza chiedere il permesso. C’è un momento che vale tutto: a mezzogiorno in punto, un raggio di sole entra dall’occhio del Pantheon e illumina il portale d’ingresso. Dura pochi secondi. E in quei pochi secondi duemila anni di storia trattengono il respiro. Chi c’è, resta in silenzio. Non serve aggiungere niente.

Duemilasettecentosettantanove candeline, stasera. Tante. Eppure Roma non sembra una città che invecchia — sembra una città che accumula. Strati su strati di epoche, voci, pietre, nomi. E sotto ogni sampietrino, la sensazione che ci sia ancora qualcosa da scoprire.

Roma è una città a volte impossibile, lo sappiamo. Caotica, lenta, a tratti esasperante. Venditti ce lo ha spiegato bene in Roma Capoccia — e se la conoscete, sapete già tutto: c’è dentro l’amore e la rottura, il fastidio e la tenerezza, quella sensazione di appartenerle anche quando vorresti scappare.

È esattamente così. Roma ti esaspera e ti conquista nello stesso respiro. Ti mette davanti al Colosseo mentre aspetti l’autobus. Ti regala un tramonto sui tetti ogni volta che stai per perdere la pazienza. Non è una cartolina, Roma. È qualcosa di più disordinato e più vero.

Siamo già alla sera del ventuno. Altrove i compleanni si festeggiano la mattina, con le candeline e il chiasso. Roma no. Roma si festeggia di sera, quando la luce cambia e i travertini diventano oro antico, quando i turisti rallentano e la città riprende un respiro che sembra quasi suo. Quando qualcuno — magari seduto a un tavolino di Campo de’ Fiori, magari affacciato sul Lungotevere — alza gli occhi e si ricorda, per un momento, di dove si trova.

Non è una cartolina, Roma. Non lo è mai stata. È una città che non chiede di essere capita — chiede solo di essere vissuta. Con tutto quello che comporta: il caos, la bellezza, l’esasperazione, la meraviglia. Il raggio di luce che ogni anno, puntuale, buca il soffitto del Pantheon. E dura pochi secondi. E vale tutto.

Foto di Gavin Banns da Pixabay

Estratto dal mio intervento a https://www.facebook.com/TONIeMOTIVI del 20 aprile 2026