“Fermi! Tanto non farete mai centro.
La Bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro.”
Così scrive in una poesia Giorgio Caproni e sembra già tutto detto. C’è un gesto che viene dai tempi antichi, quasi istintivo, che l’essere umano ripete da sempre: prendere la paura, darle un volto e metterla fuori da sé e chiamarla mostro. Indicarla così, costruirle addosso una storia abbastanza semplice da essere sopportabile.
Alcuni continuano a mirare altrove come se bastasse spostare il bersaglio per salvarsi, continuano a non ascoltare, continuano a cercare lontano ciò che li attraversa, perché è la cosa più facile da fare.
Il mostro in fondo è rassicurante: ha confini chiari, intenzioni nette, una forma riconoscibile. È il male reso visibile, localizzato, contenuto. Sta lì, davanti e non dentro. E così molti pensano di poter dormire sereni. Ma la verità è più inquieta, non ha contorni, non ha una voce sola artefatta.
Quando si smette di riconoscere l’altro, quando l’empatia si assottiglia, quando l’altro smette di essere un volto e diventa un oggetto, qualcosa cambia non in modo spettacolare ma in modo silenzioso. È lì che nasce la possibilità del male e lì che si inventano mostri.
Mostri tutt’intorno ma mai dentro a chi li crea: nei racconti, nei titoli, nei discorsi pubblici, nei discorsi privati. Si usano per spiegare ciò che non si vuole attraversare, perché dire “è un mostro” chiude la questione, la semplifica, solleva dal peso più grande: quello di interrogarsi.
Il mostro è un capro espiatorio elegante, assorbe le paure, le contraddizioni, i lati più scomodi e lascia puliti o almeno così si crede.
Il mostro serve a questo: a tenere la notte fuori dal corpo. Perché dire mostro per alcuni è una forma di pace, breve, fragile, ma sufficiente per attraversare la notte senza guardarsi dentro.
Già Francisco Goya con la sua intuizione feroce, aveva scritto che quando la ragione si addormenta, i mostri prendono forma. Ma forse accade anche il contrario: quando i mostri prendono tutta la scena, la ragione si ritira perché non ha più bisogno di lavorare, di distinguere, di capire.
E allora il mondo diventa semplice, troppo semplice.
Friedrich Nietzsche aveva anche intuito che la creazione di mostri dice più su chi li crea che su chi viene definito tale. Il mostro diventa un’ipostatizzazione del male, una costruzione sociale che risponde al bisogno di tracciare un confine netto tra se stessi e gli altri. Il mostro fuori è una promessa di ordine, quello dentro è una richiesta di cambiamento.
Il mostro esterno tranquillizza, quello interno costringe a cambiare, e cambiare è la cosa più difficile che conosciamo.
Allora si continua a cercarlo fuori, a puntare il dito, a tracciare confini netti, perché dentro è più scomodo, più ambiguo, più vero. Ma le linee, a volte, si muovono e passano esattamente dove non si vuole guardare. Ma è proprio lì che dovremmo guardare, per capire, perché finché il mostro resta fuori, resterà intatto e continuerà a tornare, con nomi diversi, con volti diversi, con storie sempre uguali; finché non si avrà il coraggio di riconoscerlo dove davvero abita.
