Politica Società

Nel dopo referendum, il solito can can

di Michele Petrocelli

Terminato il can can referendario con i suoi verdetti e le bagarre innescate nel prosieguo, i temi all’attenzione della cronaca restano quelli della politica interna — governo e opposizioni — e della politica internazionale, con la continua escalation del conflitto nel Golfo Persico. Ma andiamo con ordine. In casa nostra, tra festeggiamenti in Campo Largo e feroci rese dei conti nei palazzi del governo, c’è solo da osservare quanto accade. Dal lato delle opposizioni, sembra che al momento non ci sia né la voglia né la consapevolezza di creare qualcosa per vincere le prossime elezioni. Assolutamente fuori tempo e luogo la dichiarazione, appena pochi minuti dopo la notizia del successo del referendum, di Giuseppe Conte di aprire la fase delle primarie che, in un certo senso, ha spiazzato i partner forti della eventuale coalizione, quelli del PD con in testa la segretaria Elly Schlein, che acquisita la notizia sembrava cadere dalle nuvole, cercando di imbastire un concetto il cui filo conduttore era la necessità — al netto di tutto, primarie in testa — di realizzare prima un programma condiviso tra tutte le forze dell’opposizione. Sta di fatto che, a oltre una settimana dai fatti sulla giustizia, la situazione è decisamente stagnante, non vedendosi da nessuna parte la benché minima intenzione di procedere in qualsivoglia direzione. Restiamo in attesa di segnali dallo spazio… Dal lato del governo le cose stanno pure un punto peggio, e gli strascichi di una sconfitta per niente annunciata si sono fatti sentire da subito con un tanto feroce quanto inutile repulisti — almeno in termini di compostezza ed etica politica — di alcuni nomi noti: vedi Delmastro e Santanché, che alla maggioranza dell’opinione pubblica sembrano oggi i principali responsabili della débâcle elettorale. Nulla di tutto questo: tra i banchi del governo ci sono responsabilità ben più grandi che riportano ai nomi del ministro Nordio e della premier Meloni. Ma tant’è, ognuno al proprio posto, tanto di nomi da sacrificare ce ne sono. La settimana si è aperta — o chiusa, secondo i punti di vista — con le questioni internazionali che hanno visto coinvolto, seppur per solidarietà religioso‑culturale, il nostro Paese. Parliamo della questione Pizzaballa, il cardinale capo della Chiesa in Terrasanta, che si è visto sbarrare la strada dal nazi‑esercito israeliano, con tanto di fucili spianati, nel tentativo di accedere, come ormai accade da secoli, al Santo Sepolcro di Gerusalemme per le celebrazioni della Domenica delle Palme. Un’azione gravissima da parte dei sionisti, perpetrata soprattutto nei confronti di un alto rappresentante della Chiesa cattolica e pertanto uno “sgarro” diretto verso il suo capo, Papa Leone XIV. E dire che il francescano Pizzaballa era stato uno dei papabili all’ultimo conclave e che, secondo voci vaticane — tutte da verificare, ovviamente — fosse in procinto di partire per Milano a ricoprire la carica di metropolita della città, sostituendo il vescovo Mario Delpini. Dalla parte delle istituzioni di governo solo un forte risentimento per l’accaduto e un richiamo all’ambasciatore in Italia. Ci saremmo aspettati almeno una dichiarazione del ministro Tajani del tipo: “Agli israeliani possiamo concedere tutto, ma fino a un certo punto”.