Società

Non voglio votare in un sottoscala: la lezione di Lisa Noja sull’accessibilità e la democrazia

di Luca Branda

C’è un principio che troppo spesso diamo per scontato: la democrazia si esercita. E si esercita attraverso il voto. Ma cosa succede quando questo diritto, che dovrebbe essere universale, diventa concretamente più difficile da esercitare per alcuni cittadini?

A ricordarcelo, con la consueta lucidità ed efficacia, è Lisa Noja, che ha riportato al centro del dibattito pubblico una questione tanto evidente quanto trascurata: l’accessibilità dei seggi elettorali per le persone con disabilità.

Il suo racconto è semplice e potente. In occasione del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, mentre si invita giustamente tutti i cittadini ad andare a votare — perché il voto è un diritto ma anche un dovere — emerge una realtà meno raccontata: non tutti partono dalle stesse condizioni.

Negli ultimi tempi si è parlato molto delle difficoltà dei fuorisede. Molto meno, invece, di quelle affrontate dalle persone con disabilità. Eppure, come sottolinea Noja, gli ostacoli sono numerosi e spesso strutturali.

Le norme esistono: voto domiciliare nei casi più gravi, possibilità di votare nei luoghi di ricovero, assistenza al voto, servizi di trasporto verso i seggi. Ma tutto questo, osserva giustamente, rappresenta ancora una volta un “percorso alternativo”. Una soluzione parallela, che finisce per complicare ulteriormente una realtà già complessa.

Il punto centrale è un altro: perché non rendere il sistema accessibile per tutti, fin dall’inizio?

L’esempio concreto è emblematico. In moltissime scuole italiane — che ospitano la maggior parte dei seggi — le aule non sono al piano terra. Scale, assenza di ascensori, barriere architettoniche rendono l’accesso difficile o impossibile. Nel caso raccontato da Noja, la soluzione adottata è quasi surreale: votare in un sottoscala, con la scheda che viene portata e poi riportata via dal presidente di seggio.

Una situazione che solleva non solo un problema di accessibilità, ma anche interrogativi sulla piena garanzia della segretezza e della dignità del voto.

E non si tratta di un’eccezione. Se quasi il 50% delle scuole italiane è totalmente o parzialmente inaccessibile, il problema assume una dimensione sistemica.

Da qui la proposta, tanto semplice quanto rivoluzionaria nella sua evidenza: stabilire che i seggi elettorali debbano trovarsi al piano terra. Una regola uguale per tutti, che eliminerebbe alla radice molte difficoltà.

Perché rendere accessibile un sistema non significa favorire qualcuno, ma migliorarlo per tutti. Una rampa, un ingresso senza barriere, un’aula facilmente raggiungibile non aiutano solo chi si muove in carrozzina, ma anche anziani, persone temporaneamente infortunate, genitori con passeggini.

In altre parole, l’accessibilità è una questione di civiltà.

Il messaggio finale è un invito concreto e potente: andare a votare, ma farlo con consapevolezza. Guardarsi intorno, osservare il proprio seggio con gli occhi di chi affronta ogni giorno ostacoli invisibili ai più, e chiedersi se quel luogo sia davvero accessibile.

Perché la democrazia non è un’abitudine. È una conquista quotidiana. E, come tutte le conquiste, va difesa. Anche — e soprattutto — partendo da dettagli che dettagli non sono.

Non si può accettare che, nel 2026, qualcuno debba ancora dire: “Non voglio votare in un sottoscala”.