Cultura

Barbara Bonfilio. Equinozio dell’anima: dove la luce incontra l’ombra

di Luca Branda

C’è qualcosa di raro, in questo inizio di primavera romana, che vale la pena non lasciarsi scappare. Sabato 21 marzo, alle 17.00, da Emmeotto Arte in Via di San Pantaleo 66, apre Equinozio dell’anima, la mostra di Barbara Bonfilio curata da Valentina Luzi in collaborazione con la Galleria d’Arte Ellebi. La data non è casuale: è il giorno dell’equinozio, quando luce e ombra si equivalgono esattamente, e quella sospensione perfetta diventa la chiave di tutto.
La prima volta che si entra in contatto con le opere di Barbara Bonfilio succede qualcosa di strano. Non si riesce a identificare il momento esatto in cui si smette di guardare e si comincia a sentire. È una soglia impercettibile, e quando te ne accorgi sei già dall’altra parte.
Bonfilio è cresciuta nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, in un mondo fatto di boschi, montagne e mare all’orizzonte. Non è un dettaglio biografico marginale: è tutto. Quella natura non le ha insegnato solo a vedere — le ha insegnato a stare dentro le cose, ad ascoltare ciò che non fa rumore. E si vede, eccome se si vede. I corpi nelle sue tele non sono mai solo corpi: sono paesaggi, mappe di esperienze vissute, superfici dove l’esterno e l’interno si confondono fino a diventare la stessa cosa.
Per l’artista quell’equilibrio instabile dell’equinozio, quella terra di mezzo in cui niente è ancora deciso, è la metafora più onesta della psiche umana. Non il trionfo della luce sull’ombra, non la resa. L’incontro. La coesistenza. La possibilità.
Hillman diceva che la psiche ha bisogno di un giardino — un luogo vivo, complesso, che richiede cura costante, e che in cambio offre non la perfezione ma la trasformazione. Bonfilio sembra averlo capito prima di leggerlo. Le sue opere funzionano esattamente così: non risolvono, non consolano in modo facile. Aprono uno spazio. Ti chiedono di sostarci.
Ci sono serate in cui vale la pena uscire di casa senza sapere bene perché. Questa è una di quelle.