Cultura

O:odal, l’indie dream pop

di Ginevra Tasca

Avete fondato gli O:odal nel 2019 e siete una fusione di alcuni elementi, quali per esempio?
Veniamo da realtà diverse, chi dalla musica elettronica, chi dal rock, chi da tutt’altro ancora. Questo si sente e in questo disco abbiamo cercato di dare voce a tutte le nostre diversità. Del resto è stata la nostra intenzione sin dall’inizio: cercare di unire sonorità della musica elettronica con una dimensione più alternative/indie.

Nella vostra eterogeneità qual è la vostra caratteristica principale?
Forse che ci piace suonare? Sarebbe troppo semplice come risposta, anche se vera. Scherzi a parte crediamo che per noi quattro ci sia qualcosa oltre il suono o il testo di una canzone, una sensazione o un’emozione che vale la pena di esplorare; non sempre siamo d’accordo su cosa stiamo comunicando, ma siamo uniti nell’esigenza di sentire profondamente qualcosa in quello che facciamo. Siamo quattro persone molto emotive anche se lo esprimiamo in modi diversi e questo porta la nostra musica e i nostri testi ad essere un racconto a volte anche timido e profondamente personale, seppure solo accennato e mantenuto vago perché ci piace che non ci sia una sola lettura possibile da parte dell’ascoltatore.

Il nome del gruppo ha un’origine particolare?
O:odal lo abbiamo scelto per l’estetica della parola e per il suo suono. Inoltre ci intrigava il fatto che non fosse traducibile con un solo termine in italiano. In lingua tamil indica “il gioco delle parti tra due amanti che ostentano una finta rabbia per ritrovare l’intesa amorosa”, quindi un qualcosa che a una prima lettura può apparire ‘altro’ da quel che è realmente. In questo vediamo delle affinità anche con la nostra musica che un po’ si muove su due piani e accompagna una leggerezza musicale (compositiva e di arrangiamenti) a testi più problematici.

E’ uscito il vostro album d’esordio. Due punti che significato hanno nella vostra grammatica?
Il titolo ha una doppia lettura. Prima accennavamo alle nostre origini nel 2019 e il disco rappresenta il racconto di un percorso tra il punto d’origine di allora e quello a che siamo oggi.
Due punti è però anche il simbolo che precede l’esplicazione di un pensiero e per noi questo disco è anche questo: “gli oodal dopo quattro anni di discussioni e prove chiusi in garage.. misero due punti”.

Il vostro racconto musicale ci parla di emozioni. Nel mondo contemporaneo come si vivono queste emozioni?
Il mondo contemporaneo è strano, da una parte c’è il massimo dell’apertura alla comunicazione e all’accettazione, ma al tempo stesso ci si rifugia molto nell’aderenza agli standard e agli stereotipi sociali. Anche il modo in cui le emozioni vengono comunicate subisce questo paradosso e a fronte di un ventaglio di strumenti e possibilità senza precedenti, spesso l’individualità sconfina nella solitudine. Noi la cura a questa tendenza alla solitudine la ritroviamo nel contatto personale, fisico ed emotivo.

Il sound è particolarmente raffinato, come è stato lavorare con Andrea Ciacchini?
Tanto bello quanto faticoso! Diciamo che è stata una grande scuola per noi, un confronto con una realtà davvero professionale che ci ha insegnato moltissimo. L’intervento di Andrea sui brani è sempre stato rispettoso della nostra scrittura e delle nostre sensibilità ed è una cosa che apprezziamo tanto. Al tempo stesso è riuscito a muovere le leve giuste per portarci a migliorare, senza stravolgere la nostra essenza. Ci ha fatto lavorare tanto.. anche se poi non sono mancati i vinelli e le risate.

Avete anche scritto le musiche per una performance di danza moderna, come è stato collaborare con il collettivo CADE – contemporanee arti ? Che posto ha la sperimentazione per voi?
In generale siamo attratti dall’idea della collaborazione con altri artisti, anche di discipline diverse come in questo caso. L’esperienza è nata dopo una precedente collaborazione con Serena La Grotta (fondatrice di CADE assieme a Giulia Anastasio) che aveva danzato sul palco con noi durante alcuni concerti. Quando ci ha proposto di scrivere la colonna sonora originale per una sua opera (Re:Azioni) abbiamo accettato con entusiasmo. Eravamo in un periodo particolare, durante la pandemia, e questo ha ampliato ancora di più la partecipazione emotiva.
Tecnicamente, su ognuno dei quattro quadri che compongono la performance abbiamo sperimentato un approccio diverso alla composizione. Siamo usciti fuori dai nostri soliti schemi creativi e questo ci ha dato anche ulteriori spunti di cui far tesoro in prospettiva.