di Michele Petrocelli
Quando si discute di legge elettorale, il tema delle preferenze torna ciclicamente al centro del confronto. E non dovrebbe essere considerato un dettaglio tecnico. Al contrario, la possibilità per gli elettori di indicare direttamente il candidato che intendono mandare in Parlamento riguarda uno dei principi fondamentali della democrazia: il diritto di scegliere non soltanto un partito, ma anche le persone chiamate a rappresentarli.
Le preferenze hanno innanzitutto un valore di responsabilità. Un candidato che sa di dover conquistare il consenso degli elettori, e non soltanto ottenere una posizione favorevole nella lista predisposta dal proprio partito, è chiamato a costruire un rapporto reale con il territorio. Deve spiegare le proprie idee, confrontarsi con i cittadini, rendere conto del lavoro svolto e conquistare la loro fiducia. Il rapporto tra eletto ed elettore diventa così più diretto e concreto.
Il tema è particolarmente importante in un sistema nel quale, ormai, l’allontanamento progressivo dei cittadini dalla politica, è un dato acquisito. Se gli elettori possono soltanto scegliere un simbolo, mentre sono i vertici dei partiti a determinare, attraverso l’ordine delle liste, chi avrà maggiori possibilità di essere eletto, la capacità di scelta dell’elettore risulta inevitabilmente ridotta. Il voto rischia di diventare una delega quasi esclusivamente alle segreterie politiche.
Naturalmente, le preferenze non sono prive di criticità. Possono favorire campagne elettorali molto personalizzate, aumentare i costi della competizione e, in alcuni contesti, alimentare dinamiche di scambio del consenso. Ma questi rischi non dovrebbero portare alla cancellazione dello strumento. Dovrebbero piuttosto spingere a costruire regole capaci di garantire trasparenza, controllo delle spese e correttezza della competizione.
La questione, in fondo, è semplice: chi deve decidere chi rappresenterà i cittadini? Gli elettori o i partiti? Difendere le preferenze significa scegliere la prima risposta. Significa riconoscere che la sovranità popolare non si esaurisce nella scelta di una sigla politica, ma comprende anche la possibilità di individuare le persone alle quali affidare la rappresentanza.
Per questo le preferenze non sono un elemento marginale della legge elettorale. Sono uno strumento di partecipazione, responsabilità e controllo democratico. Restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti significa restituire centralità al voto e, soprattutto, rafforzare il legame tra cittadini e istituzioni. Tutto questo, dal 2001, con l’introduzione della scellerata Legge Calderoli, apostrofata dallo stesso primo firmatario, “Porcellum o porcata”, ha fatto si che una delle istituzioni cardine dello Stato, il Parlamento, perdesse, man mano il proprio ruolo e il proprio potere precipuo, quello di fare le leggi. Consegnando, di fatto, questo potere nelle mani del Governo che ha significato una gestione oligarchica della cosa pubblica.
Oggi, rileviamo anche che nella proposta di legge elettorale della destra di governo, sono state introdotte le preferenze ma, diciamo noi, con la fregatura, quella del cosiddetto blocco dei capilista. In sostanza, chi sarà candidato come capolista della propria rappresentanza, accederà comunque il Parlamento avendo, così, il “posto assicurato”. E non è difficile capire, dell’attuale classe politica, chi ritroveremo alla Camera o al Senato e chi no.
