di Michele Petrocelli
Chiamarli “nazisti” sarebbe storicamente scorretto e attualmente inappropriato. Chiamarli “nazistelli da strapazzo”, invece, può essere una provocazione politica efficace per raccontare una contraddizione che la destra italiana non ha mai completamente risolto: il rapporto con il proprio passato e con i suoi simboli. Due nomi sono particolarmente emblematici: Galeazzo Bignami e Giovanni Donzelli. Bignami, oggi uno degli uomini più importanti di Fratelli d’Italia, è diventato famoso anche per una fotografia del passato nella quale appariva vestito da nazista, con tanto di svastica al braccio. Quando l’immagine tornò alla ribalta, Bignami parlò di “profonda vergogna” e condannò senza ambiguità nazismo, antisemitismo e totalitarismi. Prendiamolo per buono. Ma una domanda resta: perché nella destra italiana il passato fascista e i suoi simboli continuano a riaffiorare con tanta facilità? La fotografia, da sola, non dimostra che Bignami sia nazista. Dimostra però che un esponente oggi ai vertici delle istituzioni italiane, proveniente da una lunga militanza nella destra, ha avuto un rapporto quantomeno disinvolto con un simbolo che rappresenta una delle ideologie più criminali della storia europea. Poi c’è Donzelli. Qui il problema non è una fotografia, ma il linguaggio politico. Nel 2023, durante il caso Cospito, Donzelli arrivò a chiedere alla sinistra se stesse “dalla parte dello Stato o dei terroristi”, collegando la visita di alcuni parlamentari del PD all’anarchico detenuto con la questione del 41-bis. È una concezione della politica ridotta alla logica del “con noi o contro di noi”: se discuti una misura dello Stato, rischi di essere dipinto come complice di chi quello Stato lo combatte. È proprio qui che la polemica sui “nazistelli” dovrebbe essere letta non come un’accusa giudiziaria, ma come una provocazione politica. Perché il problema della destra meloniana non è dimostrare che Bignami o Donzelli siano nazisti: non lo sono, almeno sulla base degli elementi disponibili. Il problema è un altro. È una destra che pretende di essere completamente istituzionale e moderna, ma che continua a portarsi dietro una storia ingombrante. Una destra che dice di aver chiuso con il fascismo, ma che ogni volta che saltano fuori una svastica, un saluto romano o una nostalgia del Ventennio deve ricominciare a spiegare che “non è quello il vero partito”. E allora forse la domanda non è se Bignami e Donzelli siano nazisti. La domanda è molto più semplice: quanto tempo ancora servirà alla destra italiana per smettere definitivamente di essere costretta a spiegare il proprio rapporto con quella storia? Perché il fascismo non è una goliardata, una fotografia da ragazzi o un’arma retorica da usare contro l’avversario. È il passato. E una destra democratica dovrebbe avere il coraggio di lasciarselo alle spalle senza ambiguità, senza nostalgie e senza bisogno di continue giustificazioni.
