di Giacchino Ferdinandi
Prima delle macchine moderne e delle grandi trasformazioni economiche del territorio, la campagna aveva i suoi tempi, i suoi gesti e i suoi strumenti, capaci di scandire il lavoro e la vita quotidiana. A Piedimonte San Germano proprio quella memoria torna protagonista con la XVI Festa della Sfogliatura e Sgranatura del Granturco, in località Ruscito: una rievocazione che va oltre la celebrazione dei prodotti della terra, e che riporta alla luce tecniche e pratiche del mondo agricolo di un tempo. Il primo gesto è già un ritorno alle origini: il pennacchio del granturco viene tagliato a mano, secondo l’antica pratica, dando simbolicamente inizio ai preparativi della festa. È poi il mais a raccontare il ciclo della campagna attraverso l’essiccazione, la sfogliatura e la sgranatura, lavorazioni riproposte per far conoscere soprattutto alle nuove generazioni un rapporto con la terra profondamente diverso da quello contemporaneo. Ed è forse proprio questo il valore più autentico di appuntamenti simili: non limitarsi a raccontare il passato, ma rimetterne in scena i gesti, affinché possano essere osservati, compresi e tramandati. A rendere ancora più concreto questo breve viaggio nel tempo, contribuiscono i vecchi mezzi agricoli esposti durante la manifestazione, e soprattutto, la trebbia a fermo degli anni Cinquanta e Sessanta, testimonianza materiale di una realtà rurale ancora presente nei ricordi di molte famiglie, ma sempre più lontana dall’esperienza delle nuove generazioni. La manifestazione, sostenuta dall’associazione “Gli Amici della Campagna” e patrocinata dal Comune di Piedimonte San Germano, è entrata anche nell’Albo regionale delle rievocazioni storiche del Lazio. L’edizione 2026 raggiunge, inoltre, il suo sedicesimo appuntamento e culminerà sabato 29 e domenica 30 agosto a Ruscito. Accanto alla rievocazione trovano spazio momenti dedicati all’agricoltura e alla cucina della tradizione ciociara, ma il significato più profondo resta racchiuso proprio nella semplicità di quei gesti: prendere una pannocchia e lavorarla secondo tecniche che hanno fatto parte della quotidianità di chi ha vissuto queste campagne. In un territorio profondamente cambiato, occasioni come questa diventano un punto d’incontro tra chi quel mondo lo ricorda perfettamente, e chi può conoscerlo soltanto attraverso i racconti. Perché custodire una tradizione non significa fermare il tempo né rifugiarsi nella nostalgia: significa evitare che il cambiamento cancelli ciò che è stato e consegnare alle generazioni che verranno la consapevolezza delle proprie radici. Una comunità, dopotutto, deve guardare avanti, senza mai dimenticare la strada da cui è arrivata.
