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Ungheria: perde Orbán, vince l’Europa

di Pippo Gallelli

La sconfitta di Viktor Orbán dopo sedici anni di potere segna uno spartiacque che va ben oltre i confini ungheresi. La vittoria di Péter Magyar e del suo movimento Tisza non rappresenta solo un cambio di governo, ma la fine di un modello politico che per anni è stato indicato come riferimento dalla destra nazionalista internazionale. Orbán aveva costruito un sistema solido, capace di resistere alle pressioni europee e alle critiche sullo stato di diritto, trasformando l’Ungheria in un laboratorio di quella che lui stesso definiva “democrazia illiberale”. Il fatto che la sconfitta sia arrivata in modo così netto, con un’affluenza altissima, suggerisce una mobilitazione profonda e una domanda di cambiamento che covava da tempo.

Questo risultato assume un valore ancora più forte se si considera il sistema di alleanze politiche e simboliche che Orbán aveva costruito negli anni. Il premier uscente era diventato un punto di riferimento per leader come Donald Trump e aveva mantenuto rapporti privilegiati con Vladimir Putin, mentre in Europa rappresentava un alleato strategico per figure come Giorgia Meloni e Matteo Salvini. La sua permanenza al potere dava forza a una narrazione precisa, quella di un blocco sovranista capace di consolidarsi e durare nel tempo, opponendosi all’integrazione europea e proponendo un’alternativa identitaria e nazionale. La sua caduta non cancella questo fronte, ma ne incrina l’immagine di invincibilità e ne indebolisce il peso simbolico.

Le reazioni europee vanno tutte nella stessa direzione e confermano la portata politica dell’evento. Ursula von der Leyen ha parlato di un’Europa che si rafforza, mentre Emmanuel Macron ha sottolineato il valore della partecipazione democratica e dell’adesione ai valori dell’Unione. Si tratta di una lettura che vede nel voto ungherese non solo una scelta interna, ma un segnale di riavvicinamento al progetto europeo dopo anni di tensioni, veti e scontri su fondi e diritti.

Le conseguenze potrebbero essere rilevanti. Un’Ungheria meno conflittuale ridurrebbe uno dei principali fattori di blocco nelle dinamiche decisionali dell’Unione e potrebbe contribuire a rafforzare la coesione su temi cruciali come la politica estera e la sicurezza. Allo stesso tempo, viene meno uno dei pilastri dell’asse sovranista europeo, con effetti anche sul dibattito politico in Paesi come l’Italia. Non è un caso che Elly Schlein abbia letto questa sconfitta come un segnale più ampio contro le destre nazionaliste, anche se è probabilmente più corretto parlare di una battuta d’arresto significativa piuttosto che di una fine definitiva di quel ciclo politico.

Va però aggiunto un elemento di cautela: Orbán non esce semplicemente di scena, ma lascia in eredità un sistema politico, mediatico e culturale costruito in oltre un decennio e mezzo di potere. Una struttura radicata nel Paese, con una base elettorale ancora ampia e fedele, che potrebbe consentirgli di continuare a esercitare un’influenza significativa dall’opposizione. Per questo, la sua sconfitta non coincide automaticamente con la fine della sua parabola politica, ma rappresenta piuttosto una fase di transizione il cui esito resta aperto.

Resta il fatto che ciò che è accaduto a Budapest ha un valore che va oltre il dato elettorale. Dimostra che anche sistemi politici molto consolidati possono essere messi in discussione e ribaltati, e riapre il gioco degli equilibri europei in una fase già segnata da tensioni geopolitiche e trasformazioni profonde. Molto dipenderà ora dalla capacità di Magyar di trasformare questa vittoria in un progetto di governo credibile e stabile. Se riuscirà a riportare davvero l’Ungheria su una traiettoria pienamente europea, questo passaggio potrà essere ricordato come l’inizio di una nuova fase. In caso contrario, il rischio è che le forze oggi sconfitte trovino le condizioni per riorganizzarsi e tornare con maggiore forza.