di Giacchino Ferdinandi
Tre ore al giorno. È il tempo che, secondo i dati citati in Parlamento nelle ultime settimane, oltre la metà dei giovani italiani trascorre sui social media. Un numero che rimbalza di dibattito in dibattito, usato ora per chiedere nuove leggi, ora per accusare i genitori, ora per condannare le piattaforme. Ma se tutti indicano un colpevole, nessuno sembra davvero disposto a fare i conti con la propria parte di responsabilità.
Il Parlamento italiano è stato, negli ultimi anni, teatro di una moltiplicazione di proposte legislative sull’accesso dei minori ai social, con una convergenza trasversale fra forze di maggioranza e opposizione. Eppure nessuno dei diversi disegni di legge ha completato l’iter parlamentare. Le ragioni dell’impasse sono tecniche — come verificare l’età senza violare la privacy? — ma anche politiche: nessuno vuole prendersi la responsabilità di una scelta impopolare tra le famiglie.
Nel frattempo, più del 25% dei minori in Europa mostra già segnali di uso problematico dello smartphone, mentre quasi la totalità dei ragazzi tra i 13 e i 17 anni utilizza internet quotidianamente. E il 94% dei minori tra gli 8 e i 16 anni in Italia possiede uno smartphone, con il 28% che lo ha ricevuto prima dei 10 anni. Sono numeri che raccontano scelte precise, e a tratti preoccupanti, degli adulti che circondano quei bambini.
Eppure sarebbe troppo facile scaricare tutto sulle famiglie. La sovraesposizione a contenuti non adatti, i fenomeni di cyberbullismo, la dipendenza da social media e la manipolazione tramite algoritmi sono realtà strutturali, progettate a tavolino da aziende miliardarie il cui modello di business si fonda sul trattenere l’utente il più a lungo possibile. Un genitore non ha gli strumenti per competere con ingegneri pagati per rendere un’app irresistibile.
Educatori e psicologi sottolineano come i social siano diventati parte integrante del processo di socializzazione moderno. Vietarli senza offrire alternative significative rischia di isolare i ragazzi, non di proteggerli. La soluzione non è nell’età minima scritta su un decreto, ma in un ecosistema educativo — famiglie, scuola, Stato — che insegni ai giovani a stare in rete senza esserne consumati.
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