Intervista di Anna Stern
Lo sport non è mai soltanto competizione. È linguaggio, identità, narrazione collettiva. È il luogo in cui i corpi parlano prima delle parole, dove la tensione diventa racconto e la vittoria o la sconfitta si trasformano in memoria condivisa.
In un panorama mediatico che consuma immagini alla velocità dello scroll, esistono riviste che scelgono di rallentare. Di osservare. Di dare profondità a ciò che accade su un campo, su una pista, in uno spogliatoio. Sportlights nasce proprio da questa esigenza: illuminare lo sport senza ridurlo a cronaca, restituendogli stratificazione, contesto, visione.
Alla guida di questo progetto editoriale ci sono due donne che hanno scelto di raccontare lo sport come spazio culturale prima ancora che spettacolo: la direttrice Giulia Carlucci e la caporedattrice Giovanna Musolino. Due sguardi diversi, una stessa convinzione,che lo sport sia uno specchio potente del nostro tempo.
Con loro abbiamo parlato di giornalismo, di responsabilità narrativa, di nuovi linguaggi e di come si costruisce una linea editoriale capace di tenere insieme passione e rigore.
In attesa della prossima uscita di Sportlights prevista per il 4 marzo, godetevi questa bella intervista
Sportlights nasce da una dichiarazione precisa: “illuminare lo sport”. Che cosa significa, per voi, illuminare? Cosa resta nell’ombra nel racconto sportivo contemporaneo?
Giulia: Illuminare non è puntare il riflettore sul trofeo, ma accendere una luce su quello che viene prima. Guardare l’atleta, le sue paure, mentre si prepara non solo quando indossa la medaglia. Oggi lo sport è spesso raccontato come spettacolo pirotecnico: noi preferiamo la luce dell’alba, quella che rivela i dettagli cui non viene dato il giusto valore. Nell’ombra restano il dubbio, la solitudine, l’attesa. Vogliamo lavorare lì. Dove la luce è più necessaria.
Giovanna: Dare visibilità a chi o cosa, generalmente, in nome di una logica illogica, è relegato nell’oscurità. Scoprire, far conoscere, offrire alternative e pluralità.
Oggi lo sport è spesso raccontato come spettacolo, business, performance. Qual è la vostra idea di narrazione alternativa? Dove si colloca Sportlights rispetto all’informazione sportiva tradizionale?
Giulia: Non raccontiamo solo “chi ha vinto”. Raccontiamo “chi è diventato”. Siamo concentrati non sul risultato, ma sul significato. Se l’informazione tradizionale si concentra sul cronometro, noi proviamo a essere il respiro prima dello start. Non sostituiamo la notizia, la approfondiamo. La lente è culturale, ma il nostro cuore è sportivo.
Giovanna: gli atleti e le atlete che ci interessano maggiormente sono coloro che hanno fatto la differenza, che hanno saputo resistere, che si sono ribellatə, che hanno fatto scelte difficili. Nessun sensazionalismo, nessun tono roboante, ma il tentativo di andare oltre ciò che appare.
Nel vostro manifesto parlate di sport come linguaggio universale.
Qual è una storia che vi ha fatto capire che lo sport può davvero cambiare una vita, o almeno uno sguardo sul mondo?
Giulia: Ogni ritorno dopo una caduta. Lo sport è l’unico luogo in cui perdere può essere formativo a livello pedagogico. Lo sport è uno spazio in cui il limite non è umiliazione, ma confine da toccare con rispetto. Ho visto atlete tornare madri e più forti, ragazzi timidi trovare una nuova via di comunicazione, allenatori diventare figure paterne. Lo sport non salva il mondo, ma salva piccoli pezzi di umanità e spesso basta.
Giovanna: Se devo scegliere un’immagine direi il pugno chiuso levato al cielo di Tommie Smith e John Carlos sul podio delle Olimpiadi del 1968: un gesto di inaudita potenza, coraggio e ribellione.
C’è anche una frase molto forte: “lo sport è cultura viva”. In che modo una rivista può contribuire a restituire allo sport la sua dimensione culturale e non solo competitiva?
Giulia: Essere cultura viva significa che lo sport produce simboli. Un salto in alto è fisica, ma anche metafora. Una maratona è una gara, ma è anche Odissea. Una staffetta è competizione, ma è pure fiducia nell’ altro essere umano o in sé stessi.. Quando l’applauso finisce, arriva la storia e la cultura è ciò che resta. Una rivista può rallentare il tempo, sottrarre lo sport alla velocità dell’usa-e-getta e restituirgli profondità. Noi proviamo a fare questo: a scrivere come se stessimo disegnando una realtà più profonda, non solo titolando.
Giovanna: L’interazione è alla base della vita e lo scambio è sempre crescita e arricchimento. Anche lo sport non può e non deve essere raccontato sic et simpliciter, ma indagato ed esplorato da un punto di vista storico, geografico, sociale, antropologico ed è quello che ci proponiamo di realizzare.
Sportlights sembra partire dai dettagli: l’alba sul campo, il respiro prima del via, la caduta. Perché avete scelto di partire da questi frammenti invece che dai grandi palcoscenici?
Giulia:Perché in questi frammenti per noi abita la verità più profonda dello sport. Il grande stadio è scenografia. Il respiro prima del via è letteratura. Siamo partiti dall’alba sul campo perché l’alba non mente. Non ci sono effetti speciali, l’alba di ogni atleta è fatta solo di fatica e promesse. Vogliamo raccontare ciò che fino ad ora non ha avuto microfoni.
Giovanna: prima che la luce si accenda o, quando, ormai, è spenta si rimane solə, verə, reali. Più che la finzione vorremmo cogliere l’essenza, restituire una dimensione umana, ricucire lo scollamento dalla realtà, che i fari accecanti e i palcoscenici immensi, inevitabilmente, comportano.
Oggi si parla molto di inclusione, ma spesso resta uno slogan. Qual è l’idea concreta di inclusione che volete portare avanti nelle vostre pagine?
Giulia: Inclusione per noi è dare spazio stabile alle voci che di solito entrano solo in una nota a piè pagina. Ad esempio è raccontare lo sport femminile senza premettere “anche”, parlare di discipline minori o sconosciute come si parla di quelle più “chiacchierate”. Inclusione è complessità, non ridurre nessuno a un’etichetta.
Giovanna: inclusione è parola abusata, ma atto poco messo in pratica. Per noi è l’ovvia e naturale conseguenza delle nostre convinzioni, dei nostri ideali, del nostro modo di essere. Le persone sono persone e poco ci importa delle loro convinzioni politiche, religiose o del loro orientamento sessuale. Dare voce a tuttə è inclusione.
Nel vostro racconto c’è un filo che lega generazioni. Che ruolo ha la memoria nello sport?
Giulia: Senza memoria lo sport è solo intrattenimento. Con la memoria è patrimonio. Ogni atleta corre con qualcuno alle spalle: un padre che lo portava al campo, una maestra che lo ha incoraggiato, un campione visto allo stadio o in un palazzetto.. .Noi crediamo che la memoria sia la vera staffetta dello sport tra generazioni.
Giovanna: Dimenticare significa ripetere gli stessi errori, sviluppare un delirio di onnipotenza nelle convinzione di essere unə pionierə in qualsiasi ambito. Si impare dalle vittorie così come dalle sconfitte di chi ci ha preceduti. Molte delle discipline sportive ancora oggi praticate sono nate migliaia di anni fa: non si può rinnegare il passato in nome di una presunta modernità. Credo si debba accogliere quanto di buono abbiamo ereditato e trasportarlo, migliorarlo, adattarlo alla contemporaneità.
Essere direttrice e caporedattrice di una rivista culturale sportiva oggi significa anche assumersi una responsabilità. Qual è la responsabilità più grande che sentite?
Giulia: Non cedere al cinismo o al titolismo. Raccontare lo sport senza idolatrarlo e senza distruggerlo. Restare fedeli alla complessità e proteggere la fragilità. Soprattutto: non abituarsi.
Giovanna: non smettere mai di “fare” cultura, diffondere la conoscenza, continuare a imparare senza presunzione e saccenteria, ricordarsi che si può e si deve sempre riuscire a trovare l’infinitamente grande nell’infinitamente piccolo.
Come è composta la redazione e di conseguenza il vostro albero editoriale?
Giulia: La nostra redazione nasce da un’idea molto semplice e molto ambiziosa, dare allo sport tutte le sue dimensioni. Per farlo abbiamo costruito una struttura editoriale precisa, equilibrata, capace di tenere insieme racconto, analisi, memoria e visione.
Dall’editoriale che riporta a temi di attualità o di riflessione, che introduce il nuovo numero e cerca di restituire al lettore la nostra posizione culturale, alle recensioni di libri o film legati al mondo dello sport che rappresentano per noi un dialogo tra sport e narrazione, a rubriche che riguardano la dimensione critica e storica dello sport o lo mettono in risalto come espressione culturale (pensate freak out). A tutto questo abbiamo voluto aggiungere spazi che riguardano il rapporto tra lo sport e il benessere non solo fisico e rubriche che approfondiscono una visione futura fatta di e-sports.
Poi c’è il cuore della rivista, la sua parte più intima e umana: così nascono la rubrica Volti e voci in cui raccogliamo interviste e storie di chi “è diventato” con lo sport e di chi lo fa o lo vive dagli spalti e Sportnauta con la quale dar voce a tutti coloro che vogliono parlare di sport facendone narrazione. Un universo creativo da costruire insieme fatto di racconti, poesie, testi letterari ispirati allo sport. Qui lo sport diventa metafora, sogno, letteratura.
Proprio in merito a questa volontà di rappresentare ogni linguaggio che può legarsi allo sport è nata anche la nostra striscia fumetto: un personaggio che Piso ha appositamente ideato, che vuole farci sorridere e appassionare allo sport esattamente come lui.
Con la collaborazione di tutta la redazione cerchiamo di garantire competenza, coerenza e varietà, vogliamo mantenere un equilibrio tra contenuti informativi, storici, culturali, tecnici e di intrattenimento, evitando che una voce sovrasti le altre.
In sintesi: non raccontiamo solo lo sport, costruiamo un ecosistema narrativo in cui lo sport respira come cultura viva.
Giovanna: Giulia ha risposto in maniera chiara, dettagliata ed esaustiva alla domanda!
Lo sport è stato recentemente riconosciuto come parte della cultura e del benessere collettivo anche a livello costituzionale. Cosa cambia, simbolicamente e concretamente, per chi lo racconta?
Giulia:Il riconoscimento dello sport come valore costituzionale — introdotto nel 2023 nell’articolo 33 della Repubblica Italiana — non è solo un’aggiunta normativa. È un cambio di statuto simbolico.
Per anni lo sport è stato considerato contorno: spettacolo, intrattenimento, business, tifoseria. Ora è dichiarato cultura, benessere collettivo e strumento di valore educativo.
Simbolicamente, per chi lo racconta, significa una cosa enorme: non raccontiamo un passatempo, ma parliamo un linguaggio civile. Questo si traduce ovviamente in una maggiore responsabilità.
Se lo sport è cultura, allora va trattato come si trattano la letteratura, l’arte, la musica: con profondità, con rigore, con senso critico. Non basta più dire chi ha vinto, occorre chiedersi cosa significa quella vittoria. Chi resta fuori. Chi cresce. Chi cambia.
Per una rivista come la nostra, che ha scelto da subito di “illuminare” lo sport, è quasi una conferma: era già cultura prima che diventasse articolo di legge. Ora lo è anche sulla carta, e questo obbliga tutti — soprattutto noi — a essere all’altezza della parola cultura.
Giovanna: la cultura è un valore fondamentale, oggi molto svilito. Lo sport può essere un veicolo culturale estremamente accattivante. Il poeta latino Lucrezio ricorre alla celebre metafora in cui paragona l’uso del miele per rendere la medicina meno amara alla sua scelta di servirsi della bellezza della poesia per rendere meno ostica la conoscenza della filosofia epicurea. Anche il racconto dello sport attraverso le innumerevoli narrazioni che intendiamo realizzare ci darà modo di rafforzare e diffondere il suo legame con la cultura.
Se doveste descrivere Sportlights con una sola immagine,non una definizione ma un’immagine,quale sarebbe?
Giulia:Un campo sportivo all’alba. Le tribune sono vuote, la luce entra radente di lato. Si vedono solo tre cose: la linea bianca ancora umida, un pallone fermo a metà campo, una persona che sistema le reti in silenzio. Nessun rumore. Nessun risultato. Solo preparazione. Sportlights è quell’istante prima che tutto inizi. Quando lo sport non è ancora spettacolo, ma possibilità e promessa.
Giovanna: Un podio sul quale salgono e sono premiatə tuttə ə partecipanti alla gara.
Cosa sperate che un lettore o una lettrice senta dopo aver letto Sportlights?
Giulia: Speriamo piuttosto che resti con una piccola inquietudine buona, che senta di voler tornare a guardare una partita in modo diverso. Che si accorga della storia dietro un gesto tecnico. Che riveda nello sport qualcosa di sé. Se dopo averci letto qualcuno prova una di queste cose —un pensiero in più, un’emozione inattesa, una nuova curiosità —allora abbiamo fatto centro.
Non vogliamo tifosi più rumorosi, ma sguardi più profondi. Vogliamo che luce che resti accesa sempre, anche dopo il fischio finale.
Giovanna: curiosità, dubbio, spirito critico, desiderio di approfondire.
