di Sylvie Freddi
La crisi sulla Groenlandia segna un nuovo punto di attrito nei rapporti tra Stati Uniti e Unione europea. Ormai è chiaro che Donald Trump utilizza i dazi non come strumento commerciale, ma come leva geopolitica.
Colpire i Paesi europei che hanno inviato truppe nell’isola artica non è una misura economica, ma un atto di pressione deliberata che smaschera l’ingenuità di Bruxelles, convinta che bastasse rafforzare l’impegno nella NATO per tenere a bada le ambizioni americane.
Quindi dopo le ultime folli dichiarazioni di Trump, la diplomazia europea ha dovuto schiacciare l’acceleratore. António Costa, Presidente del Consiglio Europeo, ha in fretta convocato per giovedì 22 gennaio una riunione straordinaria.
Costa cerca ricompattare i Ventisette membri UE attorno a sei punti fermi: difesa del diritto internazionale, solidarietà con Danimarca e Groenlandia, centralità della Nato nell’Artico, rifiuto dei dazi come strumento di coercizione, disponibilità a difendersi. Ma al tempo stesso si continua a voler mantenere aperto il canale di cooperazione con gli Stati Uniti.
Ed è qui che emerge tutta la fragilità strutturale dell’Unione. Pensare di mantenere un canale aperto con questa amministrazione USA, che come un bandito minaccia apertamente la sovranità di un alleato fregandosene delle regole dell’ordine democratico, è segno di una grande debolezza e di una visione miope di quello che sta accadendo nel mondo.
Le diverse reazioni degli Stati membri — dal ritiro immediato dei soldati tedeschi alla linea dura invocata dalla Francia — mostrano un’Europa più preoccupata ad evitare uno scontro commerciale che di affermare una reale autonomia strategica.
L’Unione Europea è in difensiva, sottomessa e lascia agli Stati Uniti il controllo dell’iniziativa.
Il “nostro”Antonio Tajani invoca “fermezza e dialogo” e l’Italia continua la sua recita di ruolo di mediatore, evitando di prendere una posizione netta “Un colpo al cerchio e uno alla botte”.
Ma ora il gioco si fa sempre più serio e drammatico, accettare che i dazi diventino uno strumento di pressione politica significa normalizzare un rapporto sempre più sbilanciato.
E allora: l’Europa è davvero pronta a difendere la propria sovranità, anche quando a metterla in discussione è il suo potente alleato di sempre?
