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Iran, repressione e sangue mentre la rivolta si allarga

Il regime iraniano ha scelto la linea della forza totale. La Guida suprema Ali Khamenei ha messo i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) in uno stato di allerta superiore persino a quello adottato nel giugno scorso, durante la guerra con Israele e i raid statunitensi. Lo hanno rivelato fonti interne alla Repubblica islamica al quotidiano britannico The Telegraph, delineando un quadro che conferma quanto la leadership di Teheran percepisca la fase attuale come una minaccia esistenziale.

Secondo le stesse fonti, Khamenei è in contatto costante e diretto con i vertici dell’IRGC, molto più che con esercito regolare e polizia. La ragione è politica prima ancora che militare: il leader supremo considera quasi inesistente il rischio di diserzioni tra i Pasdaran, mentre negli altri corpi di sicurezza in passato si sono già verificate crepe, rifiuti di obbedienza e defezioni silenziose. Il destino del regime, di fatto, è stato messo interamente nelle mani dell’apparato ideologico-armato che costituisce la sua ultima linea di difesa.

Nel frattempo, la repressione si è fatta brutale. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla anche con mitragliatrici, provocando almeno altre cinquanta vittime nelle ultime ore. Il numero reale dei morti potrebbe essere significativamente più alto: dagli ospedali arrivano segnalazioni continue di pazienti con ferite da arma da fuoco, mentre il blackout informativo imposto dal regime rende sempre più difficile una stima indipendente.

La televisione di Stato iraniana continua a diffondere una narrazione completamente opposta. Secondo l’emittente ufficiale, “la notte è trascorsa in tranquillità nella maggior parte delle città” e le proteste sarebbero state opera di “terroristi armati” responsabili di incendi e vandalismi. Una versione smentita dai fatti e dalle immagini: video verificati da Associated Press mostrano migliaia di persone in strada nel quartiere Saadat Abad, a nord di Teheran, con slogan inequivocabili come “Morte a Khamenei”. Un livello di radicalità che segnala un salto qualitativo del movimento.

Il conflitto si sta ormai allargando anche sul piano armato. Secondo il Club dei Giovani Giornalisti, tre membri delle milizie Basij sarebbero stati uccisi a Gachsaran. Altri episodi violenti sono stati segnalati a Hamadan, Bandar Abbas, Gilan e Mashhad, con la morte di agenti delle forze di sicurezza. L’organizzazione per i diritti umani Hengaw, con sede in Norvegia, parla di oltre 2.500 arresti nelle ultime due settimane, un numero che conferma la dimensione nazionale della rivolta.

Le proteste, iniziate il 28 dicembre per l’aumento vertiginoso del costo della vita, si sono rapidamente trasformate in qualcosa di molto più profondo. Alla rabbia economica si è sommata una richiesta sempre più esplicita di fine del sistema clericale instaurato nel 1979 dopo la caduta dello scià. È una contestazione che non riguarda singole politiche, ma la legittimità stessa della Repubblica islamica.

Sul piano internazionale, le parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump segnano un cambio di tono rispetto alla cautela di molte cancellerie occidentali. “Mi sembra che la gente stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno pensava fosse possibile solo poche settimane fa”, ha dichiarato. Trump ha aggiunto che Washington sta monitorando attentamente la situazione e ha lanciato un avvertimento diretto a Teheran: se il regime “inizia a uccidere persone come ha fatto in passato”, gli Stati Uniti “colpiranno duramente”.

È una dichiarazione che parla soprattutto al regime iraniano, ma anche ai manifestanti. Trump sembra voler segnalare che questa volta la repressione non passerà inosservata, pur senza chiarire quali strumenti concreti gli Stati Uniti sarebbero pronti a usare. Resta il fatto che il leader americano intercetta un dato politico evidente: il controllo territoriale e psicologico del regime non è più totale, e in alcune aree del Paese lo Stato appare in difficoltà come non accadeva da anni.

Khamenei ha risposto serrando i ranghi e affidandosi ai Pasdaran, l’unico pilastro che considera davvero affidabile. Ma questa scelta comporta un rischio enorme: trasformare una crisi sociale in uno scontro frontale tra popolazione e apparato militare-ideologico. Quando un potere smette di cercare consenso e si affida solo alle armi, significa che ha già imboccato una strada senza ritorno.