di Luca Branda
Le parole di Claudia Sheinbaum non sono state né improvvisate né ambigue. Sono state un atto politico netto, una presa di posizione che rivendica sovranità e memoria storica di fronte alle minacce e alle accuse provenienti dalla Casa Bianca. Di fronte a un Donald Trump tornato a evocare interventi militari in America Latina, dal Venezuela al Messico, la presidente messicana ha scelto la strada più chiara: dire no all’ingerenza e sì alla cooperazione, ma solo su basi paritarie.
Quando Sheinbaum afferma che il Messico rifiuta categoricamente l’intervento negli affari interni di altri Paesi e che l’America non appartiene a una dottrina né a una potenza, richiama una verità che attraversa l’intera storia del continente. L’America Latina conosce fin troppo bene le conseguenze dell’interventismo: colpi di Stato, destabilizzazioni, guerre “preventive” e governi imposti dall’esterno non hanno mai prodotto democrazia, né benessere, né stabilità duratura. Hanno lasciato invece società fratturate, economie dipendenti e una lunga scia di violenza.
La presidente messicana non nega la collaborazione con gli Stati Uniti nella lotta al narcotraffico, nella sicurezza e nelle questioni umanitarie. Al contrario, la rivendica come scelta responsabile, motivata anche dal desiderio di proteggere i giovani, in Messico come negli Stati Uniti, dalla diffusione del fentanyl e di altre droghe. Ma rifiuta l’idea che questa cooperazione possa trasformarsi in subordinazione o, peggio, in un pretesto per giustificare interventi militari o violazioni della sovranità nazionale.
Il passaggio più incisivo della sua risposta è quello che mette a nudo l’ipocrisia del discorso statunitense. Se Washington è davvero così preoccupata per il narcotraffico, perché non combatte lo spaccio nelle proprie città? Perché non arresta i narcotrafficanti che operano sul proprio territorio? Sheinbaum rovescia la narrazione dominante e ricorda che la violenza che colpisce il Messico è alimentata anche dal flusso illegale di armi provenienti dagli Stati Uniti e dal grave problema del consumo di droga nel Paese vicino. Senza affrontare queste responsabilità, pretendere risultati unilaterali dal Messico significa scaricare il problema su altri, non risolverlo.
Le sue parole acquistano ancora più peso nel contesto della cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, un’azione unilaterale che la presidente messicana ha condannato con fermezza. Un sequestro di questo tipo, privo di un chiaro quadro multilaterale, rappresenta un precedente pericoloso per il diritto internazionale e rafforza la percezione di una politica estera aggressiva, pronta a ricorrere alla forza invece che al dialogo. Non è un caso che, subito dopo, Trump abbia evocato possibili interventi anche in altri Paesi della regione, alimentando timori e tensioni.
Sheinbaum ha ricordato che la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli non sono principi negoziabili, ma pilastri fondamentali del diritto internazionale. Citando persino figure storiche degli Stati Uniti, ha sottolineato come la pace e la cooperazione non possano nascere dall’imposizione o dalla violenza, ma dal rispetto reciproco e dalla buona fede tra le nazioni. Nessun Paese, ha ribadito, ha il diritto di imporre la propria volontà o di appropriarsi delle risorse altrui.
Il messaggio che arriva da Città del Messico va oltre il rapporto bilaterale con Washington. È un richiamo rivolto a tutta l’America Latina, un invito a non cedere alla logica dello scontro e a puntare invece su cooperazione regionale, sviluppo, investimenti, istruzione e benessere sociale. In un mondo segnato da una competizione globale sempre più dura, la forza non è la risposta: lo è la capacità di costruire futuro senza piegarsi alle pressioni esterne.
Senza alzare i toni e senza chiudere le porte al dialogo, Claudia Sheinbaum ha tracciato una linea chiara. Il Messico è disposto a collaborare, ma non ad inginocchiarsi. In un’epoca in cui l’intervento armato viene di nuovo presentato come soluzione a problemi complessi, la sua risposta suona come un monito: la democrazia non si esporta con le armi, la sicurezza non nasce dall’arroganza e l’America Latina non è il cortile di casa di nessuno.
