di Pippo Gallelli
«Quanto può reggere una democrazia quando il potere usa la paura come arma?»
È la domanda che attraversa La seconda guerra civile americana, il film che Joe Dante girò nel 1997 come satira feroce del sistema politico statunitense. Una provocazione che allora sembrava volutamente eccessiva, quasi grottesca. Oggi è diventata cronaca.
Nel film, una crisi sull’immigrazione — gestita con arroganza, propaganda e isteria — fa esplodere uno scontro istituzionale tra uno Stato e il governo federale, trascinando l’intero Paese sull’orlo della disgregazione. I ruoli politici erano diversi, persino invertiti rispetto all’attualità, ma il meccanismo era chiarissimo: quando la paura diventa strumento di governo, la democrazia comincia a collassare. All’epoca sembrava finzione. Oggi appare come un documentario girato in anticipo.
Minneapolis, 2025. Una donna disarmata, cittadina americana, scrittrice, madre di tre figli, viene uccisa a sangue freddo da un agente federale dell’ICE durante un raid anti-migranti. Si chiamava Renee Nicole Good. Non era un bersaglio dell’operazione. Non era una criminale. Era lì come osservatrice legale. È morta perché nell’America di Donald Trump il diritto non conta più nulla, perché la forza viene prima della legge, perché il nemico va costruito anche quando non esiste. E quando il nemico non c’è, lo si inventa.
Nel film di Joe Dante tutto parte da una crisi sull’immigrazione mal gestita che fa detonare un conflitto tra uno Stato e Washington. Oggi la miccia è la stessa, ma il fuoco è reale: l’ICE si è trasformata in una polizia politica, un corpo paramilitare sguinzagliato nelle città per rastrellare persone, intimidire comunità, seminare paura. Non per far rispettare la legge, ma per esibire potere. Per alimentare la narrazione tossica di un’America assediata, da purificare.
Minneapolis è solo l’ultimo fronte, ma è un fronte simbolico. È la città di George Floyd, il luogo dove il potere bianco armato ha già mostrato al mondo il suo volto più brutale. Tornarci, cinque anni dopo, con duemila agenti federali mascherati, lacrimogeni, raid e proiettili, non è sicurezza: è una dichiarazione di guerra.
La reazione di alcune istituzioni locali segna una frattura storica. Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha annunciato la fine di ogni collaborazione con l’ICE: niente dati, niente supporto, niente complicità. Una decisione senza precedenti, non simbolica ma concreta. Ancora più clamorosa la mossa del governatore del Minnesota Tim Walz, che ha allertato la Guardia Nazionale per contenere e arginare le operazioni federali, ricordando a Trump una verità che la Casa Bianca vorrebbe cancellare: la Guardia Nazionale risponde allo Stato, non al Presidente. Quando un governatore deve preparare le proprie truppe per proteggere i cittadini dallo Stato federale, la seconda guerra civile non è più una metafora.
Durissima anche la presa di posizione del sindaco di Minneapolis Jacob Frey. Dopo aver visionato il video dell’uccisione, Frey ha smentito senza mezzi termini la versione del Dipartimento della Sicurezza Interna, definendola una falsità. Ha parlato di un agente che ha abusato del proprio potere in modo sconsiderato causando la morte di una persona e ha lanciato un messaggio diretto all’ICE: andatevene da Minneapolis. Parole nette, accompagnate da un linguaggio volutamente crudo, che hanno fatto esplodere le polemiche ma che fotografano il livello di rottura istituzionale raggiunto.
Di fronte alle immagini, Trump parla di “legittima difesa”. Kristi Noem di “terrorismo interno”. JD Vance assolve l’agente: “stava facendo il suo lavoro”. È la liturgia trumpiana: la vittima diventa colpevole, il carnefice un eroe, la realtà un dettaglio fastidioso. È lo stesso schema già visto a Minneapolis, a Kenosha, a El Paso. Cambiano i nomi, non la menzogna.
Renee Good non era un pericolo. Era un ostacolo. E nell’America trumpiana gli ostacoli si eliminano.
Nel film di Joe Dante i media amplificano l’odio, i politici soffiano sul fuoco, la violenza diventa normalità. Oggi accade lo stesso, ma senza la protezione della finzione. Le parole di Trump non pacificano: incendiano. Le operazioni dell’ICE non proteggono: provocano. Il governo federale non garantisce unità: produce fratture. Minneapolis è una città sotto assedio: scuole chiuse, gas lacrimogeni contro manifestanti pacifici, religiosi compresi, quartieri blindati. È questo il “rendere l’America sicura”? No. È trasformarla in un campo di battaglia.
La domanda posta dal film di Joe Dante resta sospesa, oggi più che mai: quanto può reggere una democrazia quando il potere usa la paura come arma? La risposta è drammaticamente aperta. Ma una cosa è chiara: la vera linea di difesa non passa da Washington. Passa da sindaci, governatori e cittadini che rifiutano di piegarsi, che dicono no, che si mettono di traverso, che difendono lo Stato di diritto anche quando costa.
Renee Nicole Good è morta perché qualcuno ha deciso che la forza vale più della legge. Ricordarla significa non accettare che questa diventi la normalità.
La seconda guerra civile americana non è alle porte. È già cominciata.
