Tra sogno rivoluzionario, crisi energetica, epidemia sanitaria e resistenza umana
Cuba è un luogo di contrasti profondi: dove il colore scintillante delle sue auto d’epoca si mescola ai mattoni consumati dal tempo, dove il ritmo contagioso della rumba convive con il silenzio di negozi privi di beni di prima necessità. È un’isola che molti vedono solo con gli occhi del turismo, eppure va guardata soprattutto con gli occhi dell’esperienza, di chi ne vede la bellezza insieme alla fragilità.
Cuba non è riempirsi di crema solare e spalmarsi su una delle spiagge esclusive di Varadero, Cuba è macinare kilometri per vedere la storia. Non è comprarsi i sigari come paffuti bravi occidentali maschi ma vedere come vengono fatti artigianalmente, sentire la fatica che vi è dietro. È bere un mojito che non ha più ingredienti per farsi buono.
Per decenni simbolo di un sogno rivoluzionario, l’icona di Hasta la victoria siempre, Cuba ha costruito la sua identità sull’idea di dignità collettiva, di istruzione e sanità garantite a tutti fin dalla rivoluzione del 1959. Ma oggi, a quasi settant’anni da quel momento, l’eterna promessa di trasformazione sembra scontrarsi con un presente arduo e complesso. La storia di Cuba è fatta anche di grandi tesi e contraddizioni: da un lato l’alfabetizzazione di massa e l’esportazione di medici in decine di paesi, dall’altro una tutela limitata delle libertà civili e una repressione sistematica del dissenso.
L’Avana ci accoglie con muri scrostati che sembrano respirare. Non cadono, resistono. Come le persone. La bellezza e la povertà convivono nello stesso fotogramma.
Una Chevrolet rosa passa lenta davanti a un palazzo sventrato, una donna stende i panni mentre una radio gracchia una vecchia canzone. Qui nulla è mai solo ciò che appare. C’è sempre una storia dietro.
La prima notte manca la luce e l’acqua calda. Non per un guasto eccezionale: è normale qui. E noi poveri occidentali cominciamo a lamentarci di quanto questo non sia possibile e forse accettabile. I blackout arrivano come maree. Ore, a volte giorni.
Le Interruzioni di corrente programmate coprono larghi tratti del paese, arrivando a lasciare al buio oltre metà dell’isola e a far ripiombare nella notte città come Cienfuegos per più di 24 ore consecutive.
Questa instabilità energetica non è un semplice disagio momentaneo, ma il sintomo di una infrastruttura vecchia, sotto-finanziata e costantemente sotto stress, incapace di soddisfare una domanda di energia sempre più difficile da sostenere, soprattutto in un contesto economico globale incerto.
Le città sprofondano nel buio e allora accadono cose che non si vedono quando tutto è illuminato: le voci si avvicinano, i corpi si radunano sui marciapiedi, qualcuno accende una candela, qualcun altro una chitarra. Il buio diventa spazio condiviso.
«Ci si abitua», mi dice Umberto con il sorriso. Ma non lo dice con rassegnazione. Lo dice con dignità.
La promessa rivoluzionaria si trova oggi a fare i conti con una realtà in cui la rivoluzione più difficile sembra essere quella dentro ciascun individuo: la capacità di credere ancora al futuro mentre si combatte ogni giorno per la dignità.
La crisi però qui ha un volto concreto: scaffali vuoti, medicine introvabili, file interminabili sotto il sole per un pezzo di pane, un litro d’olio, un po’ di riso. L’elettricità va e viene, il carburante manca, l’acqua arriva a intermittenza, il tutto aggravato dall’epidemia data dalla dengue e dalla chikungunya.
La povertà non è una parola astratta: è una quotidianità che pesa sulle spalle, sulle madri, sui vecchi, sui giovani che sognano altrove.
Eppure Cuba non si lascia raccontare solo così. C’è una forma di ricchezza che resiste: la presenza. Le persone ti guardano negli occhi quando parlano. Ti raccontano la loro storia senza vittimismo, ma senza sconti. Molti sono stanchi, sì. Delusi, spesso. Ma il sorriso, quello non manca mai.
La grande promessa rivoluzionaria, quella nata nel 1959, con Fidel, il Che, l’idea di un mondo più giusto, oggi è un’eredità difficile da sostenere. Hasta la victoria siempre campeggia ancora sui muri.
Nel 2021 le strade si sono riempite di proteste. Era fame, era rabbia, era desiderio di essere ascoltati. L’ondata di protesta con migliaia di persone scese in piazza contro la carenza di cibo, energia e libertà ha rivelato un malessere profondo che va oltre l’economia. Molti cubani, pur orgogliosi della loro identità nazionale, chiedono riforme e maggiore spazio per l’espressione critica.
Da allora molti hanno deciso di andare via. L’isola si svuota dei suoi giovani come una casa che perde lentamente le voci.
Eppure, anche in questa frattura, Cuba insegna qualcosa. Insegna che si può resistere senza indurirsi.
Che si può vivere con poco senza perdere umanità.
Che la rivoluzione più difficile non è quella che cambia un governo, ma quella che impedisce al cuore di diventare cinico.
Quando la luce torna all’improvviso, dopo ore di buio, la strada esplode in un applauso spontaneo.
Qualcuno ride, qualcuno balla, qualcuno semplicemente resta fermo, come se quel gesto minuscolo fosse una vittoria.
Non è festa, è resistenza.
In quel momento capisco che Cuba non è solo un luogo, ma un modo di stare nel mondo. Un’isola ferita che non smette di cantare. Un popolo che vive nell’attesa senza smettere di essere presente.
Si parte da Cuba con meno certezze e più domande. Con la consapevolezza che la libertà non è uno slogan, ma una pratica quotidiana fatta di scelte, di cura, di dignità.
Ogni vera rivoluzione comincia dal cuore, anche quando il mondo intorno sprofonda nel buio.
Foto di copertina di Annalisa Nicastro
