di Pippo Gallelli
A Natale celebriamo una nascita. A Gaza, in queste stesse notti, i bambini muoiono di freddo.
È un accostamento che non dovrebbe essere possibile, e invece è la fotografia crudele del nostro tempo.
Il Natale racconta di un bambino venuto al mondo senza riparo, povero, fragile, affidato al calore di una madre e a una mangiatoia. Una storia che diciamo di onorare con luci, canti, tavole imbandite. Ma mentre evochiamo Betlemme, a poche migliaia di chilometri da noi altri bambini, non simboli ma corpi reali, tremano sotto tende improvvisate, senza elettricità, senza coperte, senza futuro. Anche loro nati in una terra assediata. Anche loro innocenti. Anche loro invisibili.
La distanza tra il presepe e Gaza non è geografica, è morale. È lo spazio che separa le parole dai fatti, la compassione proclamata dall’indifferenza praticata. Celebrare la nascita di Gesù mentre accettiamo che dei bambini muoiano di freddo significa svuotare il Natale di ogni senso, ridurlo a rituale, a consuetudine anestetizzata.
Non è retorica: è una domanda che pesa sulle coscienze. Che valore ha la pace cantata nelle chiese se tolleriamo la guerra sui corpi dei più piccoli? Che significato ha il “Dio con noi” se voltiamo lo sguardo da chi è abbandonato? Il Bambino di Betlemme oggi avrebbe il volto sporco di polvere, le mani gelate, gli occhi spalancati dalla paura.
Forse per questo, quest’anno, festeggiare è difficile. Non per mancanza di fede, ma per eccesso di verità. Perché il Natale, se preso sul serio, non consola: interroga. E ci mette davanti all’ingiustizia di un mondo che salva le celebrazioni ma non i bambini.
E Gaza non è un’eccezione. È il simbolo più visibile di un mondo che ha normalizzato la guerra. In Sudan si muore lontano dalle telecamere, in un conflitto feroce e dimenticato. In Ucraina l’inverno torna a colpire civili stanchi, città ferite, infanzie spezzate. E poi ci sono decine di altri fronti senza nome, dove il dolore non fa notizia e la morte non interrompe le festività.
La geografia del male è vasta, ma la responsabilità è comune. Perché non si può invocare il Natale come rifugio emotivo e ignorare le guerre che continuano a divorare il presente. Finché il mondo accetterà che esistano bambini di serie A e bambini sacrificabili, nessun presepe potrà dirsi vero, nessuna celebrazione davvero onesta.
Foto di Matias_Luge da Pixabay
